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delteatro

È un teatro profondamente femminile quello di Saverio La Ruina. Di una femminilità interiore, solo accennata, che si nutre di un gesto, di un sussurro, di un movimento leggero, delle mani o del corpo. E, soprattutto, della straziante verità delle parole alle quali il dialetto calabrese, con la sua severa musicalità, offre una forza dirompente. Non c'è orpello, non c'è esibizione né tantomeno travestimento nel personaggio di Vittoria, donna a ventotto anni già madre di sette figli, che La Ruina interpreta con una misura rara e una profondità sconvolgente. In La Borto, dunque, ancora una volta, come nel precedente Dissonorata, l'attore dà vita a una figura femminile infelicemente in lotta all'interno di una cupa società di uomini fatta di sopraffazione, crudeltà e menefreghismo. Per farlo non rinuncia ai suoi abiti maschili, un paio di ciabatte ai piedi, indossate su delle calze di colore azzurro: la femminilità del personaggio, infatti, gli viene da quel tanto di femminile che ogni uomo porta dentro di sé come il lato nascosto della personalità. Ed è proprio da lì che trae la sua lucida forza che non rinnega neppure per un attimo il sentimento. Vittoria è una figura simbolo di donna offesa, violentata anche se non carnalmente, costretta a sposare per povertà, a poco più di tredici anni, un uomo molto più vecchio, sciancato e prevaricatore. Del resto è proprio sui guasti di questo egoismo maschile, della violenza fatta anche di supponenza, di crudeltà, di indifferenza a meno che non riguardi il proprio piacere che qui si racconta: una quotidiana via crucis familiare, silenziosa, ma scientifica. Vittoria sa che questa situazione non riguarda solo lei: non c'è donna del paese che non la conosca, che non ne condivida le angosce, le paure, la voglia di scappare. Tutte per sopravvivere e non passare la vita perennemente incinte si creano dei punti di fuga; ma quando questi vengono meno non resta che l'aborto (da cui il titolo del monologo) in situazioni disperate, fatto dalle mammane e con i ferri da calza, fra atroci sofferenze. Quasi una condanna a vita, quella di questa donna del sud costretta perennemente a subire e che non cambia neanche con il passare degli anni quando una sua nipote per abortire si trasferisce al nord, dove però i pregiudizi e l'ostilità sono gli stessi. Un testo crudo, impietoso La Borto che Saverio La Ruina interpreta con una coraggiosa pacatezza, seduto su di una sedia, sostenuto dal suono degli strumenti a fiato suonati dal vivo da Gianfranco De Franco, che dà le spalle al pubblico, avvolto nell'oscurità che ricorda il buio del mondo in cui è costretta a vivere la protagonista, appena rischiarato dai suoi sogni che hanno per protagonista Gesù Cristo, che prima la rimprovera e poi via via è sempre più dolce verso il calvario terribilmente umano di questa donna martoriata. Uno spettacolo di grande forza, un formidabile interprete.

Maria Grazia Gregori,  17/03/2010