Il Sole 24 ore – Renato Palazzi
by on December 21, 2015 in DISSONORATA PRESS

Le cronache degli ultimi mesi sono costellate di delitti che hanno avuto per vittime ragazze il cui solo torto è stato quello di sottrarsi alla volontà di possesso del maschio, e non solo in ambito islamico. Se nel nostro Sud sopravvivono forme di delitto d’onore, anche in aree della società all’apparenza più emancipate, accade di morire perché non si ama più qualcuno o si ama qualcun altro. I responsabili sono spesso descritti come brave persone in preda a raptus. Ma dietro il raptus c’è sempre una cultura, un’idea della donna come oggetto di controllo da parte di mariti, padri, amanti. Proprio dall’intento di ricostruire passo passo i meccanismi su cui si fonda una simile cultura è intelligentemente partito Saverio La Ruina uno degli intraprendenti fondatori del gruppo calabrese Scena Verticale, per sviluppare il suo struggente monologo Dissonorata: il breve ma aguzzo spettacolo ripercorre infatti in un dialetto strettissimo un episodio di ordinaria sopraffazione famigliare. La protagonista è prigioniera di una rete di condizionamenti che dall’inizio la inchiodano inesorabilmente alla sua sorte: in base alle usanze lei deve vestire di nero, tenere gli occhi bassi, starsene da parte senza scambiare parola con nessuno. I parenti le trovano un aspirante marito, ma prima occorre che si accasino le sorelle maggiori: così viene presa dal timore che il fidanzato rifiuti di aspettarla, e allora – sprovveduta com’è – cede alle sue pressioni e resta incinta. Mentre l’uomo fugge lontano, il padre e i fratelli la castigano cospargendola di benzina e tentando di bruciarla. L’atroce caso si conclude per fortuna con una specie di mezzo lieto fine che apre uno spiraglio di speranza senza attenuare l’efficacia del racconto: la forza di quest’ultimo d’altronde, non sta tanto nella truculenza dei particolari, quanto nella capacità di far coesistere l’ironia e la tenerezza con la lucida oggettività di un’illuminante testimonianza antropologica. Ad aggiungere una nota di ulteriore commozione c’è il fatto che il bambino nato nonostante tutto viene chiamato Saverio, come l’interprete, suggerendo toccanti risvolti autobiografici. E poi c’è la bravura dello stesso La Ruina, che nei panni della narratrice offre una prova recitativa a tutto tondo, in fondo insolita nel panorama della sua generazione: seduto su una seggiolina, le ginocchia unite, l’atteggiamento composto e rassegnato, sfiorerebbe un’impressionante immedesimazione, non fosse per l’abito maschile che conserva sotto un dimesso grembiulino, e per la scelta di non modificare il proprio aspetto. Ma questa lieve presa di distanze nulla toglie all’intensità della sua esibizione.

Il Sole 24 ore – Renato Palazzi – 05/11/2006

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