Sole 24 ore – Renato Palazzi
by on December 21, 2015 in POLVERE

Fa un certo effetto vedere Saverio La Ruina non più nei panni dimessi della donna calabrese vittima di retrive sopraffazioni maschiliste – il ruolo che in questi anni gli ha fruttato premi e consensi – ma inopinatamente passato al fronte opposto, quello del maschio che tormenta e opprime. Fa un certo effetto che un uomo ritenuto fra i più dolci e gentili del teatro italiano riesca a esprimere una ferocia interiore da mettere i brividi. Fa parte del mestiere, si dirà: ma la discesa nei recessi di una mente disturbata che compie in questo caso sembra andare ben oltre il suo notevole exploit interpretativo. Se all’attore – autore poteva essere imputata la scelta di non deviare da una sua strada ormai sicura lui stavolta ribalta ogni prospettiva: aveva portato a perfezione le tecniche del monologo? Ora punta su un dialogo scarno, serrato, in cui lascia ampio spazio alla sua compagna di scena. Aveva creato dei testi di forte spessore emotivo? Ora ha composto una partitura di stati d’animo che ha la gelida oggettività di un referto psichiatrico. Aveva usato l’arcaica potenza del dialetto? Ora si serve di un italiano secco, eco di un contesto asetticamente borghese. Polvere, il
suo nuovo spettacolo che ha debuttato all’Elfo Puccini di Milano, non vuole rappresentare una storia dotata di senso compiuto. Anzi, questa storia per certi versi la azzera, la scavalca per porre in luce un puro schema comportamentale, una sorta di gelido diagramma dei rapporti di potere all’interno della coppia, analizzato come in vitro, e quasi con distacco scientifico. Dei due sappiamo poco o nulla, se non che lui esercita una supremazia persecutoria, soffocante, e lei vi si sottomette
più o meno passivamente. Polvere non è un testo sul cosiddetto femminicidio, non sfocia nella violenza esplicita o nell’episodio di cronaca nera. Il meccanismo che porta a questi effetti sanguinosi viene colto piuttosto nei suoi passaggi iniziali, viene scomposto nei più minuti dettagli, in una prospettiva quasi minimalista: fin dalla prima serata passata insieme, a casa di amici, l’uomo la informa che si sente disturbato dal fatto che lei si tocca il collo in presenza di altri, che non l’ha presentato come fidanzato ai padroni di casa, che non lo chiama amore, che fuma di nascosto. Lui non la maltratta fisicamente, la sottopone a sinistri interrogatori con metodi da inquisitore anche peggiori di una violenza concreta. Indaga sul suo presente, sul suo passato («Quante volte gli hai detto ti amo»), persino su ciò che ha provato in occasione di un efferato stupro da lei subito anni prima. E quando ha avuto tutte le risposte la osserva poco convinto e freddamente le dice: «ricominciamo daccapo, prenditi il tempo per pensarci». Di tanto in tanto ha momenti di sghemba tenerezza, che risultano però ancor più agghiaccianti e offensivi. A tratti si sorride, me è un sorriso storto, doloroso. Lo spettacolo, d’altronde, non è fatto neppure per suscitare commozione: è un lucido ingranaggio che ha il solo fine di innescare una furiosa reazione di rigetto nei confronti della situazione. A un certo punto si avverte quasi l’impulso di intervenire per strappare la vittima alla sua sorte. Saverio è bravissimo soprattutto nell’inventare dei ghigni ambigui, dei piccoli gesti maniacali come quello di tamburellare nervosamente le dita sullo schienale della sedia. Ma anche
l’attrice, Jo Lattari, rivela un eccellente talento nell’evocare lo smarrimento di chi si sente preso in una trappola da cui non riesce a uscire.

Renato Palazzi – Il Sole 24 Ore – 8.2.2015

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