il Manifesto – Gianfranco Capitta
by on February 2, 2016 in LA BORTO PRESS

 

Un’altra storia triste, ma ricca di cuore e di sentimento in mezzo alle vicissitudini e i traumi che una donna ha attraversato, è quella che ci propone Saverio La Ruina con la sua Scena Verticale. Dissonorata era stato il primo exploit dell’attore e autore, un racconto anche quello biografico (ovvero costruito sulla memoria di tante donne) di una creatura che nel cuore profondo della Calabria si era trovata a vivere le sopraffazioni e le violenze dei pregiudizi e dei luoghi comuni, riuscendo però a mantenere una sua dignità e un suo fascinoso “controllo” della situazione. Su quello stesso filone, almeno in apparenza, si muove la protagonista del più esplicito la Borto. Una donna semplice e devota ma di fortissima e lucida personalità, racconta la sua storia, la sua infanzia sottomessa nella famiglia meridionale, fino a quando, a 13 anni, viene “assegnata” in sposa a un giovanotto che non ha solo il doppio della sua età, ma cui non mancano i difetti fisici, dagli occhi al volto, a quello più vistoso di tutti di essere “sciancato”. Fin dall’inizio la donna denuncia un senso di colpa, vede in chiesa Cristo con la tavola apparecchiata per l’ultima cena, e anche se non vede Giuda, capisce che la sedia vuota indica il posto per il traditore, e forse è lei stessa destinata a quel ruolo. Perché dal mostruoso marito è costretta ad avere sette figli, maschi e femmine, finché, arrivata a 28 anni, anche lei sente che è il caso di smettere quell’incessante, defatigante e soprattutto non voluta attività riproduttiva. La sua scelta avviene nei primi anni 70, prima quindi che la legge 94 renda l’aborto legale, e questo la condanna a ricorrere a una terribile praticona, secondo la letteratura che era allora ben nota. Il “tradimento” vero al precetto religioso avviene con molta maggiore serenità. Quando aiuterà la sua nipotina, figlia della figlia, e coetanea della sua lontana prima esperienza “d’amore”, ad abortire, anche se in una clinica, a Milano. Ma il racconto che Saverio La Ruina ci porta, accompagnato solo dalla partitura per fiati di Gianfranco De Franco che la esegue in scena, tutto nero e di spalle, non è solo un apologo lineare di progresso civile. La sua parte più fascinosa anzi sta proprio nella cornice paesana, familiare, comportamentale dentro le quali si iscrive. La donna non lesina particolari su quella società maschile e violenta, abitudinaria e arrogante, che ai suoi occhi di donna, per quanto pia e obbediente, non opporrà per tutta la vita altro che sbarre e giudizi, divieti e grevità. Il dialetto calabrese, chiuso e spesso ostico, scopre una musicalità sensitiva, una capacità di indagine che La Ruina dispiega a pieno. In una prova di bravura intensa e commovente, senza alcun vezzo esteriore, ma con l’intima consapevolezza della tragedia classica.

Gianfranco Capitta – il Manifesto – 22.11.2009

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