MASCULU E FìAMMINA

Il Sole 24 ore – Renato Palazzi – 18/12/2016
Va reso merito a Rodolfo Di Giammarco per avere fatto del suo festival “Il garofano verde” un vero spazio di incubazione di idee e di progetti: lui invita artisti, magari lontanissimi per stile o per interessi, a realizzare studi o letture sul tema dell’omosessualità, da cui nascono spesso proposte sorprendenti o innovative. Da lì sono passati – cito a caso – Giancarlo Cauteruccio, Licia Lanera, Antonio Latella, nonché Saverio La Ruina con questo Masculu e fìammina che ha debuttato ora, nella sua forma definitiva, a Milano, dove l’autore-attore è stato ospite per la prima volta del Piccolo Teatro. Saverio ha conquistato fama e premi con due monologhi, Dissonorata e La borto, in cui dava vita a figure di donne del Sud vittime di una società retriva e soffocante. Ha quindi vestito, in Italianesi, i panni di un uomo senza patria e senza radici, il figlio di un militare italiano nato e cresciuto in un lager albanese, e poi in Polvere quelli di un maschio prevaricatore e ossessivo nei confronti della propria compagna. Il ruolo del mite e dolente gay di provincia che affronta in questo nuovo spettacolo aggiunge dunque nuove, sottili sfumature alla già ricca gamma dei suoi toni interpretativi. Per descrivere l’esistenza segreta del protagonista, Peppino, «nu masculu ch’i piacciono i masculi», costretto a vivere di nascosto la propria identità di genere per non esporsi al dileggio del paese, dove l’unico altro omosessuale riconosciuto viene seguito per strada al grido di ricchiù, ricchiù , Saverio sceglie la strada più tenera e delicata, quella della lunga confessione di costui sulla tomba della madre. In una giornata di neve, nel cimitero deserto, Peppino racconta alla morta quello che probabilmente lei aveva già intuito da tempo, senza essere riuscita però a dargli un nome. Dall’affettuoso resoconto affiora l’immagine di un’adolescenza travagliata, nel corso della quale l’uomo aveva inventato persino una sorta di autoterapia per imporsi una presunta “normalità”, affiora un tragico episodio, quello di un ragazzo con cui lui era stato sorpreso «chi ni tuccàvimu» nei bagni della palestra, e che si è ucciso per la vergogna. Anche la relazione con Alfredo, il grande amore di Peppino, incontrato durante una vacanza a Riccione, si conclude drammaticamente, col giovane di Treviso che muore a causa di un’aggressione subìta mentre i due si appartano in auto. Lo spettacolo descrive una vicenda come tante, crudelmente prevedibile nella sua tipicità. Non è un lancinante documento antropologico come Dissonorata, non svela uno spiazzante squarcio storico come Italianesi, e non ha neppure l’impatto provocatorio di Polvere. Lo sviluppo narrativo è lineare, senza scosse. Spiccano, più che i passaggi di una sofferta accettazione di sé da parte di Peppino, certi vividi dettagli della vita quotidiana, le vicine di casa, la cena di Capodanno con la mamma e le zie, o certe fantasie naïf sull’aldilà – pronunciato così, con l’accento sulla i – che dovrebbe essere un luogo tutto azzurro, l’inferno e il paradiso, San Pìetro – anche lui con la i accentata – che divide chi ha letto bene e chi ha letto male la Bibbia. L’impressione è che a sostenere il testo sia soprattutto la solita, vigorosa costruzione linguistica, quel dialetto aspro, ma capace di una musicalità quasi ipnotica, e che la trama serva piuttosto a far da spunto per la superba prova recitativa di La Ruina: alle prese con una materia scomoda, a rischio di scabrosità da un lato, di buoni sentimenti anti-omofobi dall’altro, lui si tiene in mirabile equilibrio, traccia un misuratissimo ritratto umano, fatto insieme di rimpianti e rassegnazione, e in quel legame fra madre e figlio ci mette una sua particolare dolcezza personale. Il finale, in cui si sdraia sulla tomba, coprendosi di neve, con l’intento di risvegliarsi «in un mondo più gentile», è un piccolo colpo al cuore.

Corriere della Sera – Magda Poli – 05/01/2017
Interprete sensibile che trova in una ritrosia delicata la sua incisiva forza interpretativa, autore dal tocco profondo e emozionale, antropologo culturale e dei sentimenti, Saverio La Ruina in Masculu e fìammina (Teatro Sybaris, Castrovillari) racconta in dialetto calabrese, bellissima la recitazione smorzata e ironica, piccoli e sapienti gesti, la vita di un uomo del sud, «un masculo a cui piacciono i masculi». Dopo una vita di verità ferite, di complicità mai trovate, di violenze subìte, di senso di diversità e di inadeguatezza ma colmati, l’uomo, ormai maturo, riesce a parlare della sua «diversità» alla madre, al suo tumulo. Senza giudizi, senza animosità, senza retorica. Un monologo intimo. L’impossibile dialogo finalmente possibile, un riconciliarsi con la madre, con se stesso, con la vita. Nel cimitero innevato, una lapide e La Ruina seguito da una sorta di occhio di bue quasi a illuminare il percorso interiore. Con pacatezza l’uomo in un flusso sincopato, aspro e dolce ripercorre la sua vita, segnata da dolori e solitudine, immagine di quanta sofferenza possano portare pregiudizio, conformismo, ignoranza, ma col valore aggiunto di un indomabile coraggio di sapere sperare in una società  «più gentile». voto 8.

La Repubblica – Anna Bandettini – 18/12/2016
Nel panorama della drammaturgia contemporanea italiana, Saverio La Ruina è una personalità anomala interessante: le sue storie sono struggenti spaccati di vita di un io narrante che disegna l’ironica, violenta, sfaccettata e ricca di personaggi realtà dei piccoli paesi del Sud, comunità semplici ma anche chiuse, retrive, soffocanti. Negli splenditi Dissonorata e La Borto, pluripremiati monologhi, per esempio, usava il suo corpo vestito da donna per mostrare la femminilità offesa ma orgogliosa, in qualche modo ribelle al modello maschile; in Italianesi ripercorreva il viaggio all’incontrario, verso l’Italia, di un bambino rimasto con la famiglia prigioniero nei campi di prigionia albanese. Solo in Polvere l’unico lavoro a due voci e in italiano, prendeva un’altra strada, raccontando un caso di violenza maschile sulle donne. Ora nel nuovo Masculu e Fìammina – il debutto al Piccolo Teatro di Milano – Saverio La Ruina torna alla forma dei primi lavori: un solo personaggio che ha l’innocenza, la sprovvedutezza ma anche la luce di speranza, il gesto iconoclasta, per cambiare un destino. Qui siamo nel piccolo cimitero coperto di neve di un piccolo paesino del Pollino, dove Peppì parla alla madre che non c’è più per raccontarle «l’ata vita meia. Quidda c’un canòscisi», «l’altra vita mia che non conosci». Perché a Peppì piacciono gli uomini: è un omosessuale, un “masculu e fiammina”, come li chiamava la madre, “nu ricchiunu”… «paroli chi fanu pinzà a chissà qualu dimoniu»… E siccome le parole contano, Peppì dice di essere «nu masculu, punto. Sungu nu masculu ch’i piacinu i masculi», dice. Ma nel conformismo del piccolo paese non è semplice. Peppì racconta di quando bambino gli piaceva guardare le gambe dei compagni a scuola, e i ragazzini al mare del “Lidu Aragosta”, le prime disillusioni – Gianni, il ragazzo che gridava “viva Marx” ma sparisce quando scopre l’omosessualità di Peppì – i primi incontri, Enzu, Vittorio e finalmente l’amore con Alfredo, ucciso una notte dalle bastonate di qualche omofobo. Vent’anni dopo, poco è cambiato: lì nel cimitero, ormai tranquillo signore, Peppì confessa alla madre di avere un sogno: ibernarsi per svegliarsi un giorno e vivere “in un mondo più gentile”. Dal punto di vista attoriale questo lavoro è un po’ più convenzionale e anche il racconto non è sempre teso come i precedenti. Alcuni capitoli, per esempio, risultano troppo d’effetto senza reale necessità. Sembra mostrare la difficoltà a trovare una evoluzione fertile di questo stile di teatro. Ma conta la forza del suo valore culturale e civile: perché se è vero che si celebrano finalmente le nozze gay, è vero anche che essere un “masculu e fiammina”, specie nel Sud, è ancora un’avventura nei pregiudizi, negli stereotipi spesso proprio maschili, come gli uomini che dopo essere stati con Peppì hanno la pretesa di dire: “ però u ricchiunu si tu”.

L’Unità – Maria Grazia Gregori – 06/01/2017
Il nuovo spettacolo di Saverio La Ruina Masculu e fìammina (maschio e femmina) presentato al Teatro Studio Melato del Piccolo a Milano è, allo stesso tempo, coraggioso, ironico e commovente come del resto lo è il suo testo. Da solo, nell’emiciclo del teatro, in un bellissimo e a volte misterioso dialetto calabrese ci racconto la storia di un ragazzo che scopre a poco a poco, a dodici anni, di essere omosessuale, di amare i film con il muscoloso Steve Revees, di essere affascinato dalla fisicità dei compagni di scuola. Quello che ci dice è già stato vissuto, con i dolori, le paure, le violenze, la ricerca dell’amore, che lo porta a rifiutare la parola “diverso”. “Diverso da chi?” si chiede con rabbia ma anche con ironia il protagonista. Siamo in un cimitero freddo, coperto di neve: c’è una lapide, un sedile di pietra. Qui un uomo, dopo aver deposto un mazzo di fiori sulla tomba della madre decide di “parlare” con lei, che è morta e che forse aveva già intuito quel che il figlio quando era viva non le riusciva a dire. Il racconto si snoda febbrile, irrefrenabile, storia della vita di chi ha conosciuto il segreto, le offese, la prepotenza di chi vuole essere considerato “maschio” e segretamente frequenta gli omosessuali, ma anche la solidarietà, Vittorio, Angelo, il professore, l’amore grande per Alfredo. Alfredo vittima di una spedizione punitiva, Alfredo che muore. Fino all’ultimo dolore: essere rifiutato dalla famiglia di lui che prima lo aveva accolto a braccia aperte, quando gli racconta in una lettera del loro amore. Masculu e fìammina non accusa nessuno fuorché, con accorata pacatezza. L’ignoranza e il pregiudizio. Ci parla di solitudine, di un mondo chiuso, di silenzi che non si possono riempire, di un grande punto di domanda sulla vita. A dargli voce, pensiero e una presenza senza retorica c’è Saverio La Ruina, bravissimo nel restituirci il senso, gli slittamenti del cuore di un sentimento così poco esibito da sembrare – anzi essere- vero.

delteatro.it – Maria Grazia Gregori  – 16/12/2016
Il nuovo spettacolo di Saverio La Ruina della compagnia Scena Verticale di Castrovillari, Masculu e Fìammina (maschio e femmina) in scena al Teatro Studio Melato di Milano, prima volta dell’attore calabrese al Piccolo è, allo stesso tempo, coraggioso, ironico e commovente. Da solo nell’emiciclo del teatro, infatti, in un bellissimo e a volte misterioso dialetto calabrese ci racconta la storia di un ragazzo che scopre a poco a poco, a dodici anni, di essere omosessuale magari amando i film con il muscoloso Steve Reeves oppure affascinato dalle gambe, dalla fisicità dei compagni di scuola. Quello che racconta è già stato vissuto, con i dolori, le piccole gioie, i silenzi, le paure, le violenze, la ricerca di un amore vero, il desiderio di essere accettati, che sbatta nella spazzatura quel finto perbenismo – in realtà una forma di razzismo non solo linguistico – che sta racchiuso nel termine “diverso”. “Diverso da chi?” si chiede con rabbia ma anche con ironia il protagonista. E questa domanda è alla base dello spettacolo. Siamo in un cimitero freddo, coperto di neve. Qui un uomo, dopo aver deposto un mazzo di fiori sulla tomba della madre, decide di “parlare” con lei che è morta. Una madre affettuosa, discreta, che forse ha intuito senza chiedere mai, ma con squarci di sincerità –ricorda lui – come quel “statti attiantu”, stai attento, quando usciva o quella frase pronunciata a mezza voce di fronte a quel figlio che non mangia, che sta zitto, che soffre quando gli dice che le piacerebbe sapere chi è quel “cornuto” che lo fa essere così. E poi silenzio, solo silenzio. Ma adesso che la madre è morta – e il figlio le chiede se Gesù, la Madonna, San Pietro si sono fatti vivi con lei nell’al di là – l’uomo trova finalmente le parole per dire la sua verità, le parole che non ha mai detto. E il racconto si snoda febbrile, irrefrenabile, storia della vita di un uomo qualunque, che ha conosciuto il segreto, le offese, qualche delusione come quella ai tempi di Lotta continua e del Collettivo Carlo Marx dove si sente rifiutato proprio perché omosessuale, e Vittorio, Angelo, il professore, fino all’amore grande, quello con Alfredo. Alfredo vittima di una spedizione punitiva, Alfredo che muore. La sorella e i genitori di lui lo invitano a Treviso come migliore amico del ragazzo morto ma sono pronti a sparire, lasciandogli una grande amarezza quando, tornato in Calabria, gli manda una lettera raccontando l’amore che c’è stato fra lui e Alfredo. Masculu e Fìammina non accusa nessuno fuorché, con accorata pacatezza, l’ignoranza e il pregiudizio. Ci parla di una grande solitudine, di un mondo chiuso, di silenzi che non si possono riempire, di un grande punto di domanda sulla vita. A dargli voce, pensiero e presenza c’è Saverio La Ruina. Solo, inchiodato da un occhio di bue dai contorni non definiti, l’attore rappresenta il suo personaggio senza dargli una banale rilevanza formale. Il senso della sua forte, incisiva interpretazione, infatti, sta tutto nella gestualità mai retorica, in una sicurezza senza sicumera, in una sorvegliata sensibilità, in un sentimento così poco esibito da sembrare vero. Da vedere.

Il Manifesto – Gianfranco Capitta – 04/02/2017
Torna alle sue radici teatrali migliori Saverio La Ruina. Quelle che ci rivelò con Dissonarata e con altri testi mirabili come Italianesi, in cui la lingua si fa strumento di identità e rivendicazione culturale, ma pur sempre strumento limpido di impegno e di lotta, mare perfino necessario dove andare a rintracciare con nuovi valori quanto si me-scola nel fondale melmoso della omologazione. Era così per le creature narranti di quei testi, e lo è ora questo monologo che risuona come dialogo tra il protagonista e la madre morta «Masculu E Mammina» (all’India, ancora stasera e domani) si svolge infatti in un cimitero, evocato dalle due lapidi, una delle quali lascia campeggiare l’immagine di una donna del meridione. È la madre, ci dice subito il protagonista, che lui va a trovare con una rosa rossa in mano. All’inizio quasi «allegro» per quella visita doverosa, poi man mano più serio e pensoso, mentre punta dritto all’argomento che ha deciso di affrontare su quella tomba, la propria omosessualità. Un argomento, questo, di cui in realtà con la mamma non ha parlato mai quando era viva. Trova il co-raggio solo nel momento in cui lei non c’è più fisicamente, sempre pronta comunque ad accettarlo e proteggerlo («stai attento» gli diceva ogni sera che lui usciva tardi di casa). Ma il figlio è ben consapevole che lei delle scelte sessuali di lui ha sempre saputo, anche se mai ne hanno parlato. Per questo il figlio ne può ora parlare con leggerezza soave, spesso perfino con ironia. Oltre che con tutto l’affetto che certi argomenti cementano e fortificano. Anche perché,  ed è la vera chiave di volta drammaturgica, tutto lo scambio avviene in una lingua ancestrale, un dialetto soavemente antico, musicale quanto poetico. Spesso anche oscuro, tanto da tagliar fuori, non raramente, lo spettatore che da vero voyeur cimiteriale, segue le evoluzioni di due anime guidate dai loro corpi. I sogni birbanti di lui, la moralità atavica di lei che è sempre stata pronta a saltare la palizzata della morale comune, in un paese del sud alla periferia delle coscienze, per schierarsi al fianco del figlio, con i consigli e con le attenzioni. Tanto che quell’essere insieme «Masculu e Fiammina», come la madre chiama quel genere sessuale per lei incerto, si fa ricchezza per il figlio, orgoglio nelle avventure e difesa contro lo scherno. Un bel testo e un bel lavoro quelli di Saverio La Ruina, che si gioverà delle repliche per sciogliersi in ancora maggiore umanità. E intanto offre la musica delle parole ai persistenti pruriti di una questione sociale e civile.

www.controscena.net – Enrico Fiore – 15/12/2016
Di due poesie mi son ricordato mentre l’altra sera assistevo a «Masculu e fìammina», lo spettacolo di Saverio La Ruina che Scena Verticale presenta al Piccolo Teatro Studio Melato: due poesie fra loro diversissime (parlo di «Consolazione» di D’Annunzio e di «Supplica a mia madre» di Pasolini) e che, tuttavia, proprio per questo finiscono a costituire, insieme, un ossimoro che rimanda direttamente al titolo di La Ruina e all’articolarsi dei temi più profondi del suo testo. Infatti, in entrambe le poesie a cui mi riferisco c’è un figlio che parla con la madre: ma se nel caso di D’Annunzio e di Pasolini quella madre è viva, nel caso di La Ruina è morta, il figlio, Peppino, si rivolge alla sua tomba. E di qui lo scarto sostanziale e, pure, il punto di contatto tra i primi versi delle due poesie: «Non pianger più. Torna il diletto figlio / a la tua casa. È stanco di mentire» (D’Annunzio) ed «È difficile dire con parole di figlio / ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio» (Pasolini).  L’ossimoro, dunque, riguarda le parole. C’è bisogno di dirle per portare alla luce una verità troppo a lungo taciuta e, nello stesso tempo, se ne ha paura per la loro incapacità di comunicarla esattamente, quella verità. Il Peppino di La Ruina, che adesso confessa apertamente alla madre la propria omosessualità, dichiara di conseguenza che «su tutti sbagliati i paroli pi dici sta cosa». E sbotta: «Beatu u popolu c’un va apprìassu i paroli». È appunto per questo, allora, che Peppino confessa la propria omosessualità alla madre solo dopo che è morta: perché ora lei non può sentire le parole inadeguate e, perciò, impotenti con le quali lui è costretto a fare quella confessione. E di qui, poi, la serrata strategia dilatoria messa in atto da questo figlio. Il quale, avvicinandosi al momento fatidico della confessione, si trincera, per ritardarlo, in tutta una serie di digressioni: vedi il racconto degl’incontri l’uno dopo l’altro, mentre sta dirigendosi verso il cimitero, con Pina (non a caso un transessuale) e con l’amica Lina. Un testo bellissimo, questo di La Ruina. Tutto in stretto dialetto calabrese (più esattamente si tratta del dialetto della zona di confine fra la Calabria e la Basilicata), suona, dunque, un po’ misterioso per chi non è di quelle terre. Ma va bene così, perché, appunto, parliamo di un ossimoro. E ferrea e leggera ad un tempo è la coerenza interna che connota e sorregge «Masculu e fìammina». Senza parere, ad esempio, La Ruina fa dire a Peppino, quando Lina lo rimprovera di cambiare ricordo mentre ne sta esponendo un altro: «Ohi Lì, ji un cangiu propiu nenti, […] jè sempi u stessu ricordo, sulu ch’i ricordi miji cumincinu belli e finiscinu brutti, a cusì su, un ci pozzu fa nenti, su belli a mità». E certo, trasuda dolore e smarrimento, «Masculu e fìammina». Ma è pure un testo indomito, che trova poi il coraggio di aprirsi – di nuovo un ossimoro – a parentesi di autoironia e persino d’irresistibile comicità. Vedi, per quanto riguarda quest’ultimo punto, la sequenza di Saro e Marietto, che vanno a battere indossando camicioni che li fanno assomigliare sputati ai Santi Cosma e Damiano. Un altro omosessuale, Vittorio, gli scatta una fotografia, ne stampa centinaia e centinaia di copie e le distribuisce in chiesa senza che alcuno s’accorga di niente. Peppino commenta: «E mi facìa mori stu fatto ca Saro e Marietto, ricchiuni froci e finucchi cumi i chiamavinu i paesani nùasti, divintavinu i protettori d’u paisu e d’i paesani nùasti stessi, i Santissimi Cosma e Damiano». Per questa strada, si capisce, La Ruina arriva sino all’iperbole straniante. Accade, sempre per fare un esempio, quando Peppino, rimasto muto dopo che Alfredo, il grande amore della sua vita, è partito, riesce finalmente a sciogliere il groppo che ha in gola cacciando un grido altissimo nella cucina dell’albergo di Riccione in cui lavora. E tutti i clienti restano incantati «cumi quannu avìanu sintutu u gridu i Maria Callas mentre chi gridavi amami Alfredo». Con l’aggiunta, manco a dirlo, che quei tedeschi, inglesi e francesi in vacanza si lanciano in coro sull’equazione: «Peppinu come Giuseppe, Peppino come Verdi. Peppino e Giuseppe, lo stesso nome la stessa arte». La storia finisce quando finisce l’amore: quando, cioè, Alfredo viene ucciso da una bestia omofoba mentre sta appartato in macchina con Peppino. E in fondo, è anche per lui la rosa rossa che quest’ultimo depone delicatamente, come una carezza, ai piedi della lapide della madre. Inutile, adesso, sprecare parole sulla prova da antologia che Saverio La Ruina fornisce in quanto attore. Piuttosto, voglio dire che una terza poesia mi ha riportato alla mente la sequenza finale dello spettacolo, allorché Peppino – dopo uno slittamento (una sarcasticamente disperata speranza di rinascita?) nella dimensione onirica del San Pietro che attende i trapassati, e quindi pure la madre, per comunicare loro chi è ammesso e chi no in Paradiso – leva sommesso, dall’anima e dalla carne, l’epicedio della solitudine che gli cresce con l’età. Parlo dell’«Autunno» di Cardarelli: «Ora passa e declina, / in quest’autunno che incede / con lentezza indicibile, / il miglior tempo della nostra vita / e lungamente ci dice addio». Intorno il manto bianco della neve, l’estremo ossimoro rispetto a questo Sud chiuso nel nero delle sue paure. Giacché qui c’è una doppia sepoltura: quella della tomba della madre di Peppino per l’appunto sotto la neve e quella dei sentimenti di Peppino sotto l’incomprensione degli altri. Perciò lui può concludere – l’ultimo slittamento di senso – chiedendo d’essere a sua volta sepolto sotto la neve, vicino alla madre, e aggiungendo, stavolta in perfetto italiano: «Svegliatemi in un mondo più gentile».

il Giornale – Enrico Groppali – 24/12/2016
Ogni scrittore, ma specialmente l’autore di teatro vive un amore e un odio assolutamente identici per il proprio personaggio-chiave. Che con infinite variazioni muore e rinasce da una pièce all’altra cambiando spesso atteggiamento, identità e persino sesso. Ma senza per questo rinunciare all’identità profonda che lo anima pur nel suo continuo trasformismo. Una caratteristica, questa, che ritroviamo nella drammaturgia di Saverio La Ruina, autore e interprete dei propri testi. Che esordì anni or sono con Dissonorata seguita da La Borto, analisi spietata della sofferenza femminile prima di concludere la triade con Italianesi. Aspetti, questi, di una condizione umana tormentata che oggi si ritrova nel ritratto di un personaggio insieme giovane e vecchio, vittima della propria omosessualità. Divorato, come dice il titolo, dal fatto di sentirsi contemporaneamente Masculu e fìammina. Nella piccola scena minimalista della tomba sepolta dalla neve dove giace la madre, Saverio finalmente confessa il suo tormento esistenziale. Fino ai ricordi delle sue esperienze amorose sempre amaramente troncate dall’insorgere beffardo di un mondo che gli si opponeva. Continuando a proclamare il doloroso inferno di questa contraddizione che lo porterà, più che ad amare un uomo, a cercare la pietas di un universo che si spalancherà ad accoglierlo come un eroe romantico, solo nell’abbraccio della morte. Che lo soffocherà sotto la neve che spiove sul sepolcro materno. Una prova tra le più intense e sorprendenti di questa stagione.

Rai 1, Chi è di scena – Rosanna Cancellieri – 5/02/2017
È un dialogo, anzi no, è un monologo struggente, una confessione lirica, delicata, drammatica, è Masculu e fìammina di e con Saverio La Ruina, uno spettacolo bellissimo che abbiamo scelto per voi. […] spettacolo commovente e struggente […]

Left – Massimo Marino – 10/06/2017
[…] Un uomo con ormai parecchi capelli grigi confessa alla tomba della vecchia madre con tanto amore di essere omosessuale e con molta malinconia ripercorre la sua vita nascosta, in un paese del sud dove essere bollati come diversi portava violenta esclusione dalla vita sociale. La Ruina entra da grande attore nelle pieghe più dolenti dei sentimenti, nelle reticenze di una vita, in un affetto grande che è rimasto come congelato da quell’impossibilità di confidarsi ed essere accettato fino in fondo. Gli piacerebbe rimanere ibernato sotto la neve che inonda il cimitero, per potersi risvegliare in un mondo diverso.

Glistatigenerali.com – Andrea Porcheddu – 14/06/2017
Saverio La Ruina firma un altro capitolo, umanissimo e struggente, della sua ricerca personalissima sul tema dell’identità personale e sociale. Chi siamo, come siamo, chi vorremmo essere e come siamo definiti? Tante domande, addirittura pirandelliane, sull’uno e il nessuno sono il nodo di questo Masculu e Fiammina: […] È un racconto semplice, di piccole cose, di amori sognati e vissuti, di violenza e di incomprensioni, di abbandoni e incontri. Un racconto amaro eppure pieno di speranza, di sottile dolcezza, di poesia: con lo stile interpretativo che ha saputo creare (così sospeso, sottile, con toni e cadenze calabresi ma resi condivisibili) La Ruina firma ritratti di marginalità e quotidianità che sono tessere di una grande storia, frammenti di vita qualsiasi che diventano condivisibili quadri dell’umana tragedia. Commovente.

Il Manifesto – Francesca De Sanctis – 09/06/2017
[…] i fuoriclasse del festival sono, senza dubbio, Saverio La Ruina (Masculu e fìammina)…  […]

Gazzetta di Parma – Valeria Ottolenghi – 08/06/2017
[…] storia delicata, ricca d’infinite sfumature, la confessione, presso la tomba della madre – le parole prigioniere, arduo cercare, usare quelle giuste – di essere lui un uomo che amava gli uomini, riconoscendo che in verità lei, senza dire, aveva ben capito e cercato di proteggere il figlio.

Repubblica.it – Francesca Saturnino – 12/06/2017
[…] Fa vibrare l’anima […] Morbido e sinuoso, come sempre La Ruina trova i nuclei giusti da scandagliare, i fulcri narrativi su cui poggiare il suo attraversamento di una vita altra cui dà corpo, fiato, parole che sono pugni sui denti e flutti gioiosi, coraggiosi, lievi. Nella semplicità disarmante di un monologo in dialetto c’è la verità di una storia immaginata ma verissima, […] in attesa di un «mondo più gentile» come auspica il delicato e sarcastico finale.

lanuovaecologia.it – Katia Ippaso – 28/04/2017
[…] Rispetto alla barbarie dilagante, ci sono artisti che umilmente, da anni, costruiscono in solitudine opere che fanno da anticorpi. Saverio La Ruina è uno di questi. Il suo ultimo spettacolo, […] continua a esplorare le vite dei vulnerabili della terra. […] Il monologo, recitato in dialetto calabrese, a tratti sembra un dialogo, tanto è forte la presenza di quella anziana donna che oggi vediamo solo in una foto appesa alla lapide. Non c’è rabbia, ma un’infinita dolcezza, nel racconto di questa creatura abbandonata, […] Storia di un calvario senza nome, di una vita vissuta sempre di nascosto, dove la vergogna arriva a giustificare la violenza, l’abiura e lo scandalo dei sentimenti, Masculu e fìammina segna una soglia artistica ancora più evoluta, di una semplicità e una delicatezza completamente controcorrente, nella carriera di questo nostro grande poeta della scena.

Repubblica Milano – Simona Spaventa – 17/12/2016
Lavora per sottrazione Saverio La Ruina, autore e attore di monologhi che danno voce a figure marginali e sottomesse, ma mai domate, come le donne del Sud di Dissonorata e La Borto, lavori fondamentali entrambi premiati con l’Ubu. Nel nuovo Masculu e fìammina che segna per lui l’importante debutto al Piccolo, la voce è quella di un omosessuale di mezz’età nato e vissuto nella piccola, asfissiante realtà di un paese del Pollino. La scena è di sospensione quasi onirica: un’isola bianca e ovattata, un cimitero innevato del nostro Meridione. Qui, in maglioncino nero e pantaloni a quadri, accanto alla lapide della madre siede Peppino e si sfrega le mani dal freddo, o forse dall’imbarazzo di confessarle, come mai ha fatto quando era in vita, chi è davvero. Un omosessuale o piuttosto, nella cattiveria dei compagni di scuola e dei paesani, “nu ricchione”. Peppino sa che le parole sono il demonio e possono uccidere, e finalmente può sciorinare di fronte alla madre tutta la filastrocca grottesca e tragica di nomignoli, marchi a fuoco di una provincia (e di una società) che non ammette deroghe alla norma: frocio, finocchio, pervertito, malato. La narrazione procede per tappe che si potrebbero dire prevedibili – la vergogna, il primo invaghimento e la difficile ammissione con se stessi di essere quello che si è, il grande amore, la violenza, la solitudine di un’esistenza tenuta segreta a forza – ma nei gesti misurati e precisi e nello sguardo d’autore di La Ruina tutto è fresco, vero, come detto per la prima volta. La tenerezza per la madre, donna semplice che sapeva amare cucinando cose buone e rispettare con la saggezza silenziosa di chi ha capito tutto ma non dice niente, la gioia dei ricordi di un amore gridato davanti al mare di Riccione, il dolore segreto, i sensi di colpa confluiscono in un racconto che, in un dialetto calabrese ruvido fitto di immagini e sfumature, disegna non senza ironia la partitura intima, delicata e commovente di un cuore puro.

www.rumorscena.com – Claudia Provvedini – 15/12/2016
Quelle che Saverio La Ruina racconta sono storie segrete, oscurate o oscure, di violenze sui molti, anche se è solo in scena come in “Italianesi”, o nel privato di una coppia come nel recente “Polvere”. Storie segrete che il teatro è chiamato a svelare, a mettere in luce potente ma discreta, mai gridata. In questo nuovo “Masculo e Fiammina”, Maschio e Femmina, prodotto da Scena Verticale, la storia segreta che sulla scena veniamo a scoprire è quella di un doppio amore. Il primo che Peppino, questo il nome dell’uomo, si decide a rivelare alla madre, non più in vita e dunque davanti alla tomba di lei, è quello per i maschi non per le femmine, amore che si è precisato nella sua precoce propensione omosessuale, attraverso episodi circostanziati, atti fugaci, e poi in relazioni più o meno fortunate, anche tragiche, ma sempre inesorabilmente più che felicemente orientate verso rapporti da “masculo a masculo”. E’ liberatorio il momento in cui – davanti al ritratto della madre, nel cimitero mezzo sepolto dalla neve – l’uomo dichiara la sua natura, senza più doversi nascondere o sfuggire ad attacchi e derisioni. Ma come è sicuro della sua propria natura, altrettanto lo è del fatto che la donna possa aver sempre saputo e taciuto per tutta la vita il segreto che lui non le ha mai voluto o potuto raccontare. Il riconoscere finalmente questa muta e mutua complicità permette a Peppino-Saverio la rivelazione di questo altro grande amore tra lui e la madre, mai vissuto pienamente, quasi fosse anch’esso un segreto da custodire, per pudore, per mancanza di coraggio, per paura della tenerezza, della confidenza. In dialetto calabrese (che lui con sapienza e amore per la parola rende quasi del tutto comprensibile) dall’inizio alla fine, Saverio La Ruina dialoga fittamente, amorevolmente con l’assente come fosse lì accanto, con una precisione e leggerezza di gesti (come si strofina le gambe per il freddo, come pulisce dalla neve il ritratto, come mima l’eventuale incontro tra San Pietro e il loro parroco presuntuoso), nell’alludere anche ai fatti della quotidianità, ai rapporti con parenti vari e con figure del paese di cui con affettuoso umorismo mette al corrente la madre, colmando quei tanti momenti di silenzio che ci sono stati tra loro. Il rigore del racconto pur nella sua profondità si colora di piccole battute, mai compiaciute, di descrizioni di volti e di corpi in cui la grande umanità dell’attore è davvero magistrale, rendendolo unico nel panorama italiano degli storytellers. E una volta rivelato il suo segreto di ragazzo, il figlio uomo scende davvero dentro di sé per ammettere e condividere con colei che lo ha sicuramente amato anche la sua solitudine.

Criticalstages.org – Claudia Provvedini – 12/06/2017
I will start with the last, Male and Female, created and staged in December 2016. This was perhaps the most difficult of these shows, for the use of a dialect that is not only geographically limited to the regions of Calabria and Basilicata, but is also lacking historical links to a theatrical tradition, in contrast to the Neapolitan one. A man confesses his homosexuality before the tomb of his mother, under the falling snow, exploring for the first time his sense of exclusion and loneliness. The presence of snow and tomb is important, because the actor and author, Saverio La Ruina, converses with them more than with himself, and his words are channeled through gestures that express simple actions, such as putting flowers on the funeral stone or which convey actual physical sensations, from cold to fear. The dialect, spoken clearly and slowly, becomes, therefore, a vehicle for understanding the rhythm, the sound and the vocal style, rather than for a possible transmission of words and ideas: it becomes the deep voice of sensations and feelings “under the skin.” Also, the audience born in Northern Italy, like me, understands almost everything, because the story is strong, piercing, and involves the viewer “from deep under.”

www.milanoinscena.it – Maddalena Giovannelli
Il teatro di Saverio La Ruina è un susseguirsi di immagini come olii su tela: interni familiari cupi ma vivi, volti lividi scavati dalla vita, sorrisi di umanità e dolore. Il narratore-protagonista, un “Peppino” del sud come tanti, si inserisce in quel quadro poco a poco, con reticenza, come se non desiderasse fino in fondo trasformarlo in un autoritratto.
Con Masculu e Fìammina La Ruina torna alla Calabria e a quel modus narrandi che lo ha reso uno dei nomi più noti della scena italiana: il racconto si compone di un dialetto dolceaspro, del lessico minimo delle cose di tutti i giorni, tutto, viene calato in quella quotidianità piccina e accogliente. Persino la morte. Così Peppino compra uno straccio per lucidare la foto della madre che prende polvere sulla tomba e, seduto al suo fianco, le concede un coming out postumo.
Maschio e femmina può del resto essere considerato una bussola che ha guidato tutta la ricerca teatrale di La Ruina: dopo aver incarnato con delicatezza più di una figura femminile, dopo aver esplorato i rapporti di forza tra i due sessi con Polvere, ora l’autore concede spazio alla difficoltà di riconoscersi nelle definizioni binarie, a quella sensazione di trovarsi in between. Come di consueto La Ruina si accosta ai suoi personaggi con amore, senza giudizio, portandone maieuticamente alla luce meschinità e grandezze. Gli spettatori si trovano così in una condizione di vicinanza quasi affettiva con il narratore, che presto si trasforma in empatia. I temi scelti dalla compagnia Scena Verticale sono sempre capitali, ma vengono osservati di scorcio, esplorati in minore e senza proclami, presi in esame in quanto manifestazioni dell’animo umano. Qui pare però di riscontrare una certa stanchezza nel procedere, e l’educazione sentimentale di Peppino rischia a tratti di assumere un andamento elencatorio: quasi la drammaturgia avesse assorbito al suo interno la pacatezza del suo protagonista, la monotonia dei suoi giorni vuoti, tra il ricordo del suo amore perduto e la cena da preparare per gli zii. Ma La Ruina regala al suo personaggio (e agli spettatori) tutto quello che ha a sua disposizione: generosità, mestiere, grazia, capacità di compatire, cioè di soffrire insieme a un altro essere umano.

nonsolocinema.com – Leonardo Mello – 04/07/2017
Terzo, infine, lo spettacolo di Primavera dei Teatri forse più potente e appassionante dell’intera rassegna, Masculu e fiàmmina di Saverio La Ruina […] Come di consueto, nel caso dell’artista lucano-calabrese è improprio e riduttivo parlare di monologo: dalla sua bocca e dalla sua mimica esce infatti una serie fittissima di personaggi, che prendono vita in scena esclusivamente grazie all’evocazione narrativa. È un trionfo di figure, che costellano la storia di quest’uomo, ormai nella fase declinante della sua vita, e che descrivono, come già negli spettacoli del passato, l’universo concentrazionario della provincia meridionale. Ma c’è spazio anche per i primi turbamenti infantili, e poi per l’amore, prorompente e assoluto, che il protagonista conosce lontano dalla sua terra d’origine, nella luminosa Rimini, dove si trova a lavorare. La madre è il punto di riferimento costante, il dialogo in absentia prende sempre più corpo mano a mano che si delineano i vari quadri di quest’esistenza mite e semplice, gli orrori e i crimini della discriminazione, gli ammiccamenti a una verità mai denunciata ma sempre compresa in silenzio (come sempre accade) dall’amore materno. E Saverio veleggia in questa tranche de vie emozionando il pubblico, mentre si declina, progressivamente, quello che sembra il vero tema della pièce, un’analisi malinconica e mai retorica o compiaciuta sulla solitudine. È questa condizione, a conti fatti, che prevale sul discorso, pur presente e importante, delle personali e legittime scelte sessuali. La solitudine come dramma, che coinvolge tutti e tutti accomuna in qualche momento della vita.

Ateatro.it – Fernando Marchiori – 17/07/2017
[…] Arriva invece direttamente al segno il nuovo lavoro di Saverio La Ruina, Masculu e fìammina. Classico monologo di immediata comunicazione, stabilisce un rapporto diretto e senza fronzoli con il pubblico e dice quel che vuole dire in modo semplice e chiaro, com’è nello stile interpretativo e nella postura etica dell’attore lucano. […] La Ruina racconta con toni delicati, con voce a tratti sussurrata, con atteggiamento che diventa fatalistico, abbandonato, contemplativo delle vicende del mondo e della sua propria vita, fino a staccarsi da se stesso, a confondersi fra le tombe, a ricoprirsi di neve. È l’estremo ritorno alla madre? È la libertà di dire solo a patto di morire? Di sicuro è un altro riuscito esercizio di attenzione nei confronti di un’anima semplice, di quell’umanità offesa che trova redenzione nel teatro di Saverio La Ruina.

www.recensito.net – Tommaso Chimenti – 29/01/2017
“Dove tra ingorghi di desideri alle mie natiche un maschio s’appende, nella mia carne tra le mie labbra un uomo scivola l’altro si arrende” (Fabrizio De Andrè, “Princesa”). Nella parola “maschio” o “maschile” c’è quel “ma” iniziale che fa da incipit, un termine che parte dubbioso, febbricitante, ipotetico, contraddittorio, sospeso, in bilico, nell’incertezza di un prima che vacilla, traballa, si tende. Nella “fiammina” invece si sente il calore, la linfa che cresce, il fuoco, la fiamma attratta, con una forza contraria a quella di gravità, verso l’alto, le nuvole, il cielo, come un dito infuocato ad indicare le stelle. Maschio e femmina, uomo e donna, mondi lontani che, a volte, si riuniscono in un corpo solo. “Masculu e fiammina”: cosa rimane di un rapporto nel quale si sapeva ma non si parlava, si conoscevano fatti e dettagli ma si evitava di metterli sul piatto, di discuterne, scandagliarli? Una madre (echi di “Psycho”, ma senza thriller né splatter), che adesso sta distesa orizzontalmente, ferma, immobile, defunta, una lapide, una foto, una rosa, un piolo, distante ma vicino, che fa da contraltare, scomodo, dove il figlio, ormai anch’esso anziano, che la va a trovare al camposanto, si siede, quasi fosse una penitenza, per raccontare quello che già la madre intuiva, aveva notato, sospettava: la sua omosessualità. Saverio La Ruina è attore sensibile e fa della gentilezza e dell’armonia i tratti fondamentali della sua ricerca e della sua progressione nella drammaturgia italiana. Affronta temi difficili, ampi, scivolosi, ma lo fa con la leggerezza della strada, del paese, con l’utile riparo di un dialetto che è sempre aspro ma che nella sua bocca, tra i suoi denti, dalle sue labbra esce come sibilo arrossito e timido, sillabe dolci. La denuncia La Ruina la fa, l’ha fatta, la farà, passando da “Dissonorata” a “La Borto”, fino alla violenza casalinga sulle donne di “Polvere”, con l’impegno e il puntiglio, con la volontà di non dare mai lezioni né aprire le porte della conoscenza ma con quel tocco soffice, una carezza potremmo dire, che ci conduce dentro storie che già conosciamo, lette distrattamente nella cronaca senza soffermarci, sentite in uno dei tanti tg arrotolando un nuovo giro di spaghetti. La sua narrazione è semplice, e qui esplode la sua forza, una piccola cascata di parole che mai travolge con prepotenza ma che, con guanto di velluto, sfiora, passa sulle cose, come una pennellata, un canto, una mano nella mano. “Parla con lei”, potremmo dirla alla Almodovar. Le voci lontano che gracchiano di sottofondo ci portano in un abitacolo ristretto, giardini chiusi nell’ombra, piazze assolate, cortili interni, portici e archi di periferia, una voce che fa ricordo e famiglia, infanzia e poi adolescenza e infine gioventù e maturità, quella voce che ti chiama quando giochi, quella voce che riecheggia nella testa, quella voce che è filo che ti lega, boa di salvezza, casa dove tornare, quella voce che è mamma, che è madre, che somiglia al parlato dell’attacco di “Diamante” di Zucchero Fornaciari, poche parole in dialetto strascicato che già fanno tempo che passa e brividi. Il figlio racconta, si confessa a questa madre che ormai con il suo silenzio (qui non è omertà: “Grazie per tutto quello che non mi hai detto e per quello che non mi hai chiesto”) può solo annuire e acconsentire a questo sfogo, finalmente, lieve, emancipato, pulito, risolto. La neve tutt’attorno è simbolo di quiete, di cappa morbida, anche se somiglia a una spruzzata di cenere vulcanica, caduta per ammantare nel segreto, proteggere in una bolla sospesa nel tempo (forse il dialogo-monologo è immaginario), queste parole che hanno percorso tanto tempo prima di essere partorite. È un’esistenza piccola e fragile, fatta di poche cose quella del “nostro”, tra zie da accudire, gli amori del passato, la panchina posizione privilegiata dalla quale guardare lo scorrere immobile del piccolo centro cittadino del Sud impantanato nei pregiudizi e in quel bullismo denigratorio, composta da offese e sberleffi, vergogne ed emarginazione, verso i “masculi a cui piacciono i masculi”. Alla madre (a se stesso, in definitiva) riporta le angherie, ma senza lamentazione, gli epiteti, ma anche con autoironia, gli sgarbi fino alle minacce e alle percosse fino alla morte pasoliniana del compagno aggredito e ucciso con l’unica colpa d’essere omosessuale.
Una vita a subire, gli occhi addosso, una normalità dei sentimenti mai potuta vivere fino in fondo, sempre “braccato”, nascosto, nell’ombra. E tra i santi Cosma e Damiano, la prima coppia di fatto della cristianità sempre accorpati e associati, la Riccione degli anni ’70 e “Ti amo” di Umberto Tozzi, tra un ricordo di commozione e una ventata pop, l’affresco che ne esce è una protesta civile, senza rivendicazioni né astio combattivo aggressivo, una richiesta al mondo di più ascolto e meno giudizio, guardare e considerare l’altro che ci si para davanti, sia che tu sia “masculu” sia che tu sia “fiammina”, soltanto per quello che è: una persona.

www.lacittadisalerno.it – Pasquale De Cristofaro – 21/02/2017
[…] Il suo teatro, fatto di piccole storie d’ordinario orrore, sono da lui condotte con una grazia lieve e una gentilezza sospetta. Mai un sussulto, un urlo, sempre un apparente monotonia ritmica che a lungo andare, però, quasi inconsapevolmente, si tramuta in un vortice sonoro che affattura e coinvolge lo spettatore. Una magarìa, una malia che viene da lontano come certe nenie che solo la cultura marginale ha potuto nei secoli produrre. Una cultura naturale e lontana da ogni “illuministica ragione”, ma capace di riportarci con l’incanto del suo ritmo a ripercorrere antiche vie che il rumore assordante della modernità ci ha da tempo perfidamente devitalizzato. […] lui non re-cita ma dice il suo testo con una tale sapiente naturalezza che quasi imbarazza. Non mostra i muscoli e non pretende mai di convincerci assecondando le più collaudate strategie suasorie delle retoriche della recitazione, bensì lavora con rara efficacia sul levare, sul cancellare la propria presenza, sul rendere praticamente quasi trasparente il suo corpo per valorizzare al massimo la sua voce. Da sempre usa in scena movimenti e una gestualità scarna, rigorosa e appena appena necessaria, ma questa volta fa di più. Quasi a metà spettacolo addirittura esce dallo spazio della visione e la cosa non disturba, non dispiace, lasciando la scena fatta quasi di niente (una leggera coltre di neve finta con uno sgabello di fronte alla lapide della madre del protagonista) solo al suono della sua voce che magicamente si fa puro corpo sonoro. Il finale poi è di una semplicità poetica prodigiosa. […] Saverio La Ruina, così facendo, dà il colpo di grazia a un modello d’attore ingombrante e coraggiosamente s’annulla sottraendosi come solo i più grandi hanno intuito e fatto. A volte, il silenzio e l’assenza fanno davvero grande la scena.

Sipario.it – Gigi Giacobbe – 09/06/2017
[…] 60 minuti intensi […] La Ruina è superlativo nel ruolo, quasi angelicato per come racconta i rapporti con Angelo, di nome e di fatto, e con Alfredo che morirà ancora giovane andando a mettere sulla sua tomba un biglietto su cui ci stava scritto ” svegliatemi in un mondo più gentile” e lo spettacolo si conclude con le note di Fortissimo cantata da Mina. […]

Paneacquaculture.net – Elena Scolari e Ester Formato – 14/06/2017 
EF: […] La Ruina restituisce al pubblico il suo monologo innervato in una struttura semplice, ben rodata dopo altre repliche, come una sorta di partitura sonora. Merito della sua voce e dell’eleganza della propria presenza scenica che trasformano il racconto in un’elegia.
ES: Grazia ineffabile […] Io ho apprezzato di nuovo la bravura di La Ruina attore che si è saputo creare una cifra, riconoscibile, costante nella misura e nello stile contenuto. Non ci sono rivoluzioni di stile, non necessariamente da ricercare se la cura e la sapienza recitativa sono di alto livello. Anche la scrittura è fluida, coerente nel susseguirsi dei fatti che compongono il racconto. L’umanità del protagonista è calda, le sue parole, anche quelle su ricordi dolorosi, arrivano soffici perché rappacificate da una distanza nel tempo che ammanta tutto di ovatta, come la neve della scena. Questo diaframma del tempo tende ad addolcire molto, c’è un po’ di zucchero in questi omosessuali angelici e solari, sensibili e sofferenti.
EF: Strano è pensare di sedere nella Sala Consiliare di Castrovillari i cui luoghi sono gli stessi che fanno di Peppino il suo “piccolo mondo antico”, sfondo alla sua individuale esperienza di amore e sofferenza. Sembra, infatti, che questa confessione struggente della propria omosessualità confortata da un insieme di segni che legano al sud tale condizione e che riconosciamo ormai da tempo nel nostro teatro (le figure femminili, un atavico erotismo vissuto in luoghi simbolici,  un’educazione sentimentale aspra e dolce al contempo), si apra ad un racconto condiviso ed empatico tanto da farne emergere l’immediatezza, e con essa una vicinanza attiva del pubblico che, a Castrovillari, cerca di immaginare Peppino da ragazzino, a pochi passi da esso.

www.dramma.it – Paolo Randazzo –  17/06/2017
[…] 
Profondità di lettura della realtà, consapevolezza culturale, intelligenza scenica e di scrittura, potenza linguistica, ritmo ipnotico, coraggio civile: tutte caratteristiche di questo spettacolo e tutte qualità riconosciute che connotano il linguaggio e l’intera produzione di questo artista.  […] una grandissima esperienza di teatro […]

Il Giorno Milano – Diego Vincenti – 17/12/2016
Un uomo. Sulla tomba di mamma. È il momento di raccontarle tutto. Anche se lei sotto sotto già sapeva … per la prima volta al Piccolo, La Ruina torna all’assolo in dialetto (spurio). Ne esce una grande prova d’attore, nonostante il titolo non felicissimo e un testo con poche sorprese. Ma il racconto di questo anziano gay è anche pieno di grazia, di poesia. Dei chiaroscuri della lontana provincia calabra.

www.milanoteatri.it – Massimiliano Coralli – 17/12/2016
Quando pensiamo alla Calabria, la prima immagine che ci viene in mente non è certo la neve. Eppure è lì che si dirige, a passi lentissimi, il protagonista di questo racconto. Un tappeto di neve, uno spazio piccolissimo e circoscritto all’interno del quale c’è spazio solo per una lapide. E’ un cimitero, ed ecco quindi che il freddo ambientale si unisce al gelo dell’anima, nel luogo per eccellenza in cui dominano il dolore e il silenzio. Ma non è di silenzio che l’uomo ha bisogno. Di fronte a quella lapide, che cela il corpo di una madre, l’uomo trova finalmente il coraggio, fuori tempo massimo, di rivelare il suo più grande segreto: sono un masculo a cui piacciono i masculi. Una rivelazione forse non indispensabile, visto che la donna, quand’era ancora in vita, lo aveva già intuito, senza giudicare. Ma necessaria per l’uomo, per ritrovare un definitivo ricongiungimento con la madre, eliminando il rammarico di non essere mai stato capace, prima che morisse, di farsi conoscere davvero. Inizia così il racconto di una vita ai margini, nel bellissimo Masculu e Fiammina, presentato in questi giorni al Piccolo Teatro Melato di Milano da Saverio La Ruina, tra i più premiati artisti della scena italiana. La Ruina, appoggiandosi solo alla forza delle sue parole, sovverte i canoni e le aspettative, sin dalla costruzione di quel paesaggio così insolito, ovattato, freddo e ci racconta una storia scomoda e durissima che inizia dall’infanzia e arriva fino all’età adulta. Non un romanzo di formazione né un tradizionale flusso di coscienza bensì una confessione privata e intima. Ci sentiamo quasi fuori posto, noi spettatori, seduti comodamente sulle nostre poltrone, nell’assistere alle poche gioie e alle tante sofferenze di quell’uomo che ha scoperto subito la sua attrazione verso le persone del suo stesso sesso. Non si censura, La Ruina, mai, e non risparmia dettagli apparentemente fastidiosi, come la masturbazione di un ragazzino che pensa agli uomini o la descrizione dell’omicidio per omofobia del suo compagno. Ma riesce a farlo con una dolcezza insospettabile, pur senza abbandonare mai quel dialetto calabrese che, a sentirlo da queste parti, in piena pianura padana, suona aspro e roccioso. Non alza mai i toni, riuscendo nell’impresa di renderci partecipi di quell’intimità, creando con il pubblico un’empatia totale. E di colpo, l’enorme teatro diventa una piccola stanza, fredda e notturna, con le luci abbassate, in cui si parla a bassa voce per non disturbare i vicini. Improvvisamente non siamo più sulle nostre poltrone ma siamo lì con lui, in quel cerchio di neve, seduti sulla lapide, ad ascoltarlo e a farci guardare negli occhi. Ennesima bellissima prova per La Ruina, un racconto delicato e toccante che raccoglie meritatissimi applausi e lacrime di commozione.

Gazzettadelsud.it – Elisabetta Reale – 04/06/2017
[…] Inteso, delicato, raffinato […] Come inserito in un tempo sospeso tra ricordo e condivisione, lo spettacolo, dalla precisa e potente costruzione drammaturgica, restituisce un racconto denso e profondissimo.

Gazzetta del Sud – Elisabetta Reale – 23/12/2016
Una tomba ricoperta di neve. Un piccolo cimitero di montagna che accoglie le anime dei morti ma pure quelle dei vivi, che continuano a intessere relazioni profonde, viscerali con chi non c’è più. Un figlio, una madre e una confessione sommessa, intima, delicata, che si compone parola dopo parla, ricordo dopo ricordo, come grani di un rosario. Quel cordone ombelicale tra madre e figlio mai veramente spezzato in vita, ora che la donna non c‘è più, viene tagliato dalla verità di quelle parole, prima troppo difficili da pronunciare. Non strappo doloroso, ma confessione liberatoria, rimandata forse per pudore, vergogna, per evitare l’onta del disonore alla madre. Verità che infrange l’aria. Pochi passi nello spazio e infiniti nella memoria della vita di un uomo, oramai adulto, capace di raccontare alla madre di essere omosessuale, “masculu e fìammina insieme” come diceva la donna. […] La Ruina torna a mostrarsi solo sulla scena, alcuni gesti ne contraddistinguono la figura, come le mani continuamente sfregate per allontanare il freddo e recuperare il calore del ricordo. Anche stavolta ambienta la storia in un luogo marginale, una di quelle periferie, chiuse e bigotte, al nord come al sud, dove, tra pregiudizi e preconcetti, su certi argomenti, come l’omosessualità, vige ancora la regola del silenzio. […] Le coreografie di gesti di Peppino, il protagonista, e dei personaggi maschili e femminili da lui rievocati, in una sorta di racconto di formazione senza soste, disegnano nell’aria infinite immagini, ricordi, luoghi e situazioni. La forza autoriale di La Ruina è racchiusa nella semplicità di gesti e movimenti, nella profondità dei ricordi, nella delicatezza e intensità insieme per descrivere l’animo umano. Scende nel profondo, La Ruina, mescola sentimenti e toni: la consapevolezza di non essere riuscito a dire la verità quando la madre era viva, una pesata e divertita ironia, unica arma per vivere l’essere omosessuale in una società che stigmatizza chi è diverso – ma in fondo tutti siamo diversi, afferma Peppino -, e poi la sofferenza d’una difficile accettazione di sé, “masculu a cui piaciunu i masculi”, il dolore lacerante della perdita di un amore, quello profondo, struggente, costante dell’essere messo ai margini, bollato come “ricchione”. La madre è sempre lì, in vita così come nella morte, compagna fedele, consapevole di una verità non rivelata, ed è proprio in lei che Peppino cerca accoglimento e un rifugio: la tomba diventa ventre dove lasciarsi riposare in attesa di un “mondo più gentile”, in un finale lieve, onirico e surreale. Abile affabulatore, La Ruina intreccia fili e memoria, storie e personaggi d’una vita intera, abbandonandosi nella descrizione di tanti, troppi ricordi, senza mai perdere la misura, toccando sempre le corde più profonde e intime dell’animo umano.

Culturalife.it – Paola Abenavoli – 09/06/2017
[…] ennesimo capolavoro di Saverio La Ruina, che ancora una volta giganteggia e propone un monologo intenso […]

www.linkiesta.it – Giulia Valsecchi – 21/12/2016
C’è un tempo in cui solo le confessioni ricongiungono il passato al presente, frenano la corrente delle occupazioni e orientano le parole sulla verità mai pronunciata. È un tempo che scorda l’oscillazione delle apparenze, la maschera che mostra e nasconde. Una confessione può allora trasformare un dialogo in un monologo che non richiede risposta, perché la voce salva in sé nostalgie, immagini e, soprattutto, memorie. Così, quando Peppino raggiunge la tomba della madre su una specie di isola bianca di neve, inizia a raccontarle quel che è stato della sua vita dal principio, come in un romanzo di formazione sopraffatto dal soliloquio. La foto della donna è coperta di ghiaccio e il figlio si appresta a lucidarla posando accanto al sepolcro una rosa rossa. Di questo appuntamento che, se non fosse per la lingua, l’idioma calabrese, e per le pose mai casuali, assomiglierebbe a ogni altra raffigurazione dolente del dialogo tra un figlio e una madre scomparsa, Saverio La Ruina intaglia un frammento che trattiene il dolore di certe ricorrenze e usanze, come delle levità più pensose. Nello sguardo all’indietro di Peppino c’è tutta l’enfasi degli anni giovanili, dei brividi sulla spiaggia quando, ancora bambino, viene sfiorato da un coetaneo. Da allora si è insinuato un dubbio, un terrore misto alle infatuazioni e alle offese urlate da tutto il paese contro il primo abitante che non fa misteri delle proprie scelte sessuali. Il suo è un caso che verrà a ripetersi tristemente e in maniera amplificata dal Sud al Nord dell’Italia. Il racconto di Peppino passa infatti attraverso la paura dell’etichetta di “diverso” che gli anni e i luoghi visitati non hanno emendato, ma solo costretto a rassegnazione. Il rispetto degli orari di pranzi e cene con chi resta della famiglia continua a coprire ciò che non è mai venuto a galla esplicitamente, se non quando è stato costretto a riconoscere la propria verità davanti a un amico che, come lui, è di quei “masculi” cui piacciono altri “masculi”. Sono argomenti che disturbano e annoiano, motivi di discriminazioni che non fanno notizia se non nell’abuso e nella morte indotta. La confessione di un figlio alla madre mostra la resa consapevole a una vita di silenzi e fughe dalle persecuzioni verbali e fisiche. Una vita che Peppino ha trascorso a imparare il mestiere di barista e ad affidarsi, sempre in clandestinità, all’unico compagno che gli abbia dichiarato amore, diverso sì da chi pratica amplessi meccanici. L’isola di neve da cui fa capolino la tomba su cui si riversano parole, canzoni e volti di un tempo è un traguardo sciagurato e protetto di ricordi che si ripiegano su stessi mentre riferiscono di Alfredo, il compagno amato e ucciso dalla violenza dei cosiddetti “normali”. Eppure, non mancano stacchi leggeri in cui Peppino si figura nei panni di San Pietro e domanda alla madre se abbia già incontrato Gesù e Maria. Sono domande che alleviano il peso degli incubi notturni, mentre la luce cala su quello che è un viaggio interiore svelato da La Ruina con la misura lirica e atroce che gli appartiene esemplarmente. Il dialetto calabrese è la prima confidenza che mette a nudo le brutture del linguaggio canonizzato, quello che quasi mai è gentile, che non sa come definire chi è “masculu e fìammina” allo stesso tempo, che rompe le teste con sbarre di ferro o mortifica l’unione tra due uomini, sempre e soltanto due “ricchioni” agli occhi dei più. La libertà che si prende Peppino di stare nudo davanti al mare su una spiaggia deserta è la stessa che dal passato sopravviene alle parole affidate al ritratto materno. Ne La camera chiara Barthes descrive non a caso la fotografia come Quadro Vivente, teatro primitivo che inscena la storia: narrarsi si fa allora sempre più necessario, è un grido sfacciato e una carezza che gli occhi assenti dalla realtà fanno rivelazione segreta. Così, le raccomandazioni della madre che sapeva senza dire né chiedere sono un calco in cui Peppino si rannicchia abbandonandosi e lasciando che il tempo, come nella confessione, sia sospeso in attesa di un mondo più gentile.

www.teatrionline.com – Paolo Verlengia – 15/02/2017
Non c’è dubbio: l’arte del monologo offre al solitario attore la sponda ideale per mettere in mostra – in maniera persino muscolare – la gamma delle sue doti tecniche, istrioniche, mattatoriali. Anzi, queste qualità, spesso più caratteriali che non eminentemente artistiche, sono strutturalmente necessarie per reggere l’obbligo al protagonismo che l’assolo comporta, soprattutto per accompagnare in maniera efficace l’attenzione del pubblico. […] A riguardo, Saverio La Ruina, sembra voler alimentare le possibilità del dubbio più che consolidare le certezze della tradizione: tutt’altro che mattatoriale, il suo linguaggio scenico si contraddistingue per una delicatezza che si fa quasi fragile oltre che gentile, ritagliandosi di certo i contorni dell’eccezione nel mondo della comunicazione tout court prima che specificamente teatrale. Tutto questo è particolarmente vero in “Masculu e Fìammina” […] Quel che è certo è che se questo impianto taglia fuori il pubblico dalla comunicazione diretta che ci si può attendere da un monologo, non indebolisce la sua partecipazione, mentale ed emotiva. Anzi, il canale intenso che si attiva dipende forse proprio dalla meccanica di un allestimento che trasforma lo spettatore in un testimone – quasi voyeristico – di un momento privato […] L’apparente contraddizione di questo dialogo tra palco e platea si spiega solo con una considerazione: quello di Saverio La Ruina non è teatro di narrazione, e ancor più non è teatro di regia. È teatro d’attore nel senso forse più pieno della definizione, riempito cioè integralmente dalla sensibilità dell’interprete in scena. La delicatezza cui si accennava più sopra copre come un manto tutti gli strati dello spettacolo […] E se la lingua dialettale non è una novità nel lavoro di La Ruina, qui la sua presenza partecipa come strumento essenziale al progetto di una teatralità intima e confidenziale, giocata su toni vocali socchiusi, che giustificano sul piano tecnico la scelta dell’amplificazione microfonica. L’ultimo ma decisivo ingrediente che ammorbidisce la gravità potenziale della materia confessionale è dato dall’ironia, distribuita con istinto attorico puntuale, ma tenuta sempre in tono con la misura lieve della scrittura […]

Inscenaonlineteam.net – Francesco Tozza – 27/02/2017
[…] il nuovo lavoro dell’autore-attore, Masculu e fìammina […] é stato non solo interessante, ma direi anche utile, per apprezzare le notevoli capacità, drammaturgiche e attoriche, di La Ruina: […]intenso nel rappresentare […]un’identità più complessa: un uomo che non si sente donna e tuttavia ama stare con altri uomini (“nu masculu ch’i piacinu i masculi”). Problema difficile, scivoloso, più inquietante di quanto appaia di primo acchito o in una più banale sociologia della diversità, […] Torna il dialetto, con le sue asperità, ma anche infinite dolcezze, con quell’alone di mistero offerto da una parziale ma ancor più intrigante incomprensibilità, quasi un riparo ad una narrazione semplice e aperta, ad un pudore che non diventa mai aggressiva denuncia[…] un racconto catartico […]

Napolimonitor.it – Antonio Esposito – 26/02/2017
Le parole sono importanti, a volte hanno dentro la potenza dell’utopia, possono far accadere le cose. Saverio La Ruina è un archeologo delle parole, che ricerca e mette insieme, a rammendare storie, un racconto costruito con l’antica sapienza di un sarto. […]  Masculu e fìammina, prima di ogni altra cosa un racconto sull’amore, il racconto di una vita. […] Lo spettatore la segue lungo i sentieri segnati dalla gestualità di Peppino, il risultato di uno studio attoriale che La Ruina continua ad approfondire, spogliando la scena da tutti gli eccessi del teatro manieristico e dalle nevrosi dell’attore denudato, per restituire allo sguardo il corpo nella sua autenticità, i movimenti sul palcoscenico alla misura della vita. […] Si è compagni di Peppino nei suoi ricordi più allegri, che hanno l’eco del riso del pubblico, e nei suoi dolori, che muovono emozioni ma mai compatimento, volgendosi non alla pancia ma alla coscienza degli spettatori, riscoprendo il valore di un teatro che non è intrattenimento ed evasione dal mondo, ma un tenersi nel mondo. Come in molti altri spettacoli di La Ruina, le musiche originali composte da Gianfranco De Franco sono altro da un semplice accompagnamento alla scena. Arricchiscono la recitazione di sfumature, disegnano nuovi orditi, completano la trama. In un insieme che, anche per disegno luci e scenografie, restituisce il tratto distintivo della compagnia Scena Verticale[…] ho ripensato al finale di Masculu e fìammina, alla leggerezza della neve con la quale Peppino si ricopre sperando che ci sia un giorno «un mondo più gentile». Le parole sono importanti, a volte hanno dentro la potenza dell’utopia, possono far cambiare le cose.

www.cronachesalerno.it – Olga Chieffi – 21/02/2017
[…] Saverio La Ruina. Ha proposto , questa volta, al suo pubblico “Masculu e Fiammina”, un dialogo denso e poetico con la propria madre che non c’è più: una conversazione dell’anima, un flusso dilagante e ininterrotto di parole e coscienza, di tenerezza e di verità nascoste.

www.romacentral.com – Mita Aga Rossi – 09/02/2017
Toccante, intimista, ovattato come la neve che ammanta la scena, intriso di un discriminatorio dolore e di una pudicizia purtroppo ancora troppo attuale nel mondo a più velocità che ci avvolge. Il monologo in un dolce e musicale dialetto è un toccante viaggio intimista […] in una struggente metafora l’attore si sdraia vicino alla madre in un intimistico abbraccio e si cerca di coprire con la neve presente, bianca come la purezza del suo animo, a voler congelare le attese e le giuste e aspettative di una vita serena e piena, come chiunque dovrebbe ambire, a tempi migliori tra almeno un secolo….

www.gufetto.press – Michele D’Ambrosio – 31/01/2017
[…] Gesti molto delicati e teneri fanno da contorno a tutto lo spettacolo. […] In tutto il monologo non ci sono mai scene troppo forti né movimenti eclatanti se non il continuo strofinarsi delle mani di La Ruina per riscaldarsi e, magari, prendere coraggio. Forse si tratta semplicemente del coming out di tutti noi che siamo tutti diversi… ma diversi da chi poi? siamo tutti diversi. E’ l’intera società ad essere diversa. E’ un coming out dalle tinte delicate e dai colori mai troppo forti.  Con la stessa vena delicata che ha pervaso tutto il monologo, alla stessa stregua finisce e arriva un ultimo messaggio di bisogno di rispetto: che tra cento anni un ricchione è solo uno con le orecchie grandi.

www.gufetto.press – Giulia De Marco – 21/06/2017
[…] È di una potenza disarmante l’abilità di Saverio La Ruina nel mettere lo spettatore di fronte all’essenza dei temi che tratta. Non intende commuoverlo, eppure spesso bisogna inghiottire il groppo in gola […]

www.teatrodamstorino.it – Alessandra Minchillo –  27/06/2017 
[] Saverio La Ruina ha scritto un testo che arriva al cuore, lo stringe, lo accarezza, lo scalda e lo solletica suscitando persino il riso tra i toni tristi e malinconici dominanti.

www.teletua.com – Mariangela Bisconte – 08/01/2017
[…] Non è questo un testo che ti assesta dei cazzotti belli forti e dritti alla bocca dello stomaco sin dall’inizio, come ad esempio accade col monologo Dissonorata. Qui si è difronte ad un testo che parte in sordina, quasi di nascosto […] A poco a poco quel cazzotto di cui parlavo sopra, inizia a palesarsi. Giunge piano piano a piccoli passi, come una sequenza al rallenty di cui si deve avere la sicurezza che arrivi davvero bene per essere compreso sino in fondo, nella sua semplicità più disarmante. Bisogna dosare le parole, per non ferire, per non fare del male o dare dei dispiaceri […] Il monologo lascia spazio anche a momenti di autoironia e comicità: incantevole e perfidamente meraviglioso il quadro dipinto sui “Santi Medici”[…] Ho intitolato l’articolo “Una serata particolare”, parafrasando il titolo del film di Ettore Scola –Una giornata particolare– perché della pellicola, nel testo di La Ruina, è tangibile e riconoscibile lo stesso tatto, la stessa leggerezza e dolcezza ed al contempo profondità nonché passione ed intensità, che il cineasta ha impiegato per il suo lavoro del 1977 e poco importa se in alcuni passaggi Saverio ha forse “pagato” un po’ l’emozione, anzi, ciò ha reso più autentica e vera l’intera narrazione. Da segnalare inoltre il bellissimo disegno luci affidato al secondo fondatore di Scena Verticale,Dario De Luca, in grado di dare consistenza, forma e gestualità anche al palco quando «si svuota», ma che vuoto non sarà mai. È un testo, culturale e civile, che merita di essere visto ed ascoltato con il cuore colmo di gentilezza.

www.abmreport.it – Vincenzo Alvaro – 09/01/2017
[…] un racconto delicato, a volte con un filo di voce, ironico e profondo […] che vuol dire essere diverso? E poi diverso da chi? Domande che nello spettacolo risuonano potenti anche nei silenzi e nelle carezze che La Ruina attore fa al volto della madre fotografato sulla lapide. […]

www.paese24.it – Vincenzo La Camera – 09/01/2017
[…] uno struggente monologo, contornato da dolcezza e ironia, dove l’attore sprigiona una sicurezza e una cura del dialetto, sicuramente frutto delle sue origini calabro-lucane ma inevitabilmente affinato con lo studio e la ricerca. […]Riesce difficile descrivere la performance di La Ruina come un semplice monologo. La madre, rappresentata solo da una lapide, sembra partecipare al racconto del figlio. Lo ascolta, lo comprende. Il pubblico con qualche timido applauso cerca di far giungere il suo apprezzamento all’attore, quasi con il timore di spezzare quell’incantesimo. La standing ovation finale, ripetuta quattro-cinque volte, è inevitabile. […] un racconto coraggioso, perché parla dell’omosessualità in un paese del Mezzogiorno d’Italia, dove ancora esiste la sub-cultura del “frocio” e del “ricchione” […]

www.corrieredellacalabria.it – Chiara Fazio – 10/01/2017
[…]l dramma di chi ha passato la propria vita nascondendosi, vivendo amori clandestini, soffocando istinti e pulsioni per non far “parlare la gente”, – incarnato da La Ruina con l’acuta sensibilità propria solo di un artista – è fatto di dolore, lontananza, ma anche di parentesi di felicità […] Applausi scroscianti e incontenibili, anche nel mezzo dello spettacolo.

 

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