Va pensiero che io ancora ti copro le spalle

vedi trailer e scheda della produzione

La Repubblica – Anna Bandettini – 04/01/2015
Canzoni e parole seguendo Gaber
C’è un tale in abito e camicia scura, giacca con paillettes che si racconta al pubblico, sogna di diventare un grande artista, finisce sempre per ripiegare nell’Italia di oggi, che offre più cicatrici che sogni e dolcezze. Và pensiero che io ancora ti copro le spalle è il secondo capitolo scritto da Giuseppe Vincenzi di una trilogia di e con Dario D e Luca, attore di Scena Verticale, il centro culturale calabrese, dove lavora anche Saverio La Ruina e che organizza a Castrovillari il festival Primavera Di Teatri. Alternando canzoni e racconti col tastierista Paolo Chiaia che fa da simpatica spalla, De Luca prosegue con originalità e personalità nel solco del teatro-canzone di Gaber fatto di stacchi cabaret e musica è un “io” narrante che oscilla, beffardo e demenziale, tra dubbi irrisolti e crisi di nervi

Hystrio – Claudia Cannella – n.3 2014
Lo avevamo lasciato, nell’estate del 2002, sulle note di Guarda che luna di Buscaglione rimixato come colonna sonora di un funerale di paese, un po’ profondo sud un po’ New Orleans. Ma Morir sì giovane e in andropausa era solo il primo capitolo di una trilogia, la Trilogia del fallimento, di cui ora Dario De Luca interpreta la seconda parte. Il “giovane” disoccupato tardo trentenne è cresciuto, ma disoccupato è rimasto. Perché, ora che è tra i 40 e i 50, i veri trentenni gli hanno fregato il posto. Una generazione saltata, la sua, in un’Italia dove le parole contano poco e il pensiero nulla. Con Giorgio Gaber nume tutelare, De Luca, da vero one-man-show si impadronisce in scena dei testi di Giuseppe Vincenzi e si palesa, buffo e frizzante come un cartoon (fa pensare alla Linea di Cavandoli), a raccontare i fallimenti di una generazione, non solo disoccupata o precaria nel lavoro, ma anche nelle relazioni sociali. Si sente inadeguato a un mondo governato da WhatsApp, tutto faccine e niente parole, con Facebook a mettere in piazza un privato tanto insulso che l’internauta depresso perché non batte chiodo, neanche virtuale, alla fine si impicca. È ironico, leggero, ma anche amaro e sferzante, suggerisce un teatro-canzone garbatamente politico dalla prospettiva “privilegiata” di una calabresità che ti pone quasi in automatico ai confini dell’impero. Senza piangersi addosso, però. Ma se, nel primo capitolo, il presente “teneva” perché raccontato con spunti e riflessioni oramai quasi universali, in questo caso l’aggancio con l’attualità e con fenomeni di costume, che nascono e muoiono in un batter di ciglia, si rivela a tratti sdrucciolevole, dall’invecchiamento molto rapido. Un aggiustamento drammaturgico è necessario (così come l’eliminazione di qualche finale di troppo) o nella direzione di un aggiornamento costante dei contenuti o in quella di un’astrazione capace di puntare più al surreale che alla cronaca. Ma la materia prima c’è, ed è di buona qualità.

La Repubblica – Simona Spaventa – 27/03/2015
L’Italietta “social” di Scena Verticale sarebbe piaciuta a Giorgio Gaber
Immaginatevi Gaber al tempo dell’Italietta 2.0, tra crisi, precarietà ed egotismi alla social network. Se ancora avesse avuto voglia di cantare, probabilmente avrebbe fatto qualcosa di simile a Va pensiero che io ancora ti copro le spalle, il bello spettacolo di teatro canzone scritto da Giuseppe Vincenzi per Dario De Luca di Scena Verticale, compagnia calabrese fondata con Saverio La Ruina che da vent’anni porta avanti una ricerca rigorosa tra memoria e attualità.  E politico è lo sdegno sotteso a questo monologo con canzoni (in scena anche il pianista Paolo Chiaia) pieno di ironia e molto divertente, dove tra ombre cinesi alla cinema muta un artista “emergente” fallito e nevrotico racconta le sue disavventure tra agenzie di lavoro interinale, battimani prezzolati in tv ed esibizionismi ipocriti su Facebook, in un mondo impazzito dove politica e partecipazione si sono prese nello spazio siderale e il pensiero ha lasciato spazio ai geroglifici postmoderni degli emoticon.

KlpTeatro – Elisabetta Reale –  12 giugno 2014
Piccolo e impaurito, coi suoi abiti neri ed eleganti, Dario De Luca, cantastorie contemporaneo che ha fatto del teatro-canzone un modo personale ed originale d’osservare e raccontare la società di oggi, si ripara dietro ad un telo bianco, come per superare una paura che è poi quella degli uomini e donne di oggi, alle prese con una precarietà che confonde e scoraggia. Comincia così l’anteprima di “Và pensiero che io ancora ti copro le spalle”, atto unico in sei quadri e canzoni di Giuseppe Vincenzi per la regia di De Luca, che supervisiona anche la drammaturgia, presentato durante la quindicesima edizione di Primavera dei Teatri. Il secondo capitolo del progetto di teatro- canzone intrapreso nel 2012 da Scena Verticale e portato avanti con intelligenza ed ironia da Dario De Luca, raccoglie molti applausi del pubblico perché in quell’omino impaurito è facile riconoscersi. Viene avanti a piccoli passi e incontra gli spettatori, si rivolge a loro in modo diretto per cominciare il suo racconto, illuminato da giochi di luci ed ombre, per dipingere una realtà cinica e talvolta deprimente. Un uomo del Sud che potrebbe facilmente arrivare da qualsiasi parte di questo Bel Paese, alle prese con un momento storico non tra i più felici, guarda con disincanto ai fatti quotidiani, svelando il velo d’ipocrisia che spesso ci impedisce di dipingerci come realmente siamo.  Vestito di paillette, con un simpatico cappello, De Luca canta e recita fallimenti, bisogni e desideri di un’Italietta fondata su reality, social network e precariato. Accompagnato alle tastiere da Paolo Chiaia, che gli fa da spalla puntuale in più d’una occasione segnando il ritmo dello spettacolo, Dario De Luca mostra tutte le sue doti d’attore, capace di parlare e guardare al pubblico recuperando un contatto diretto e sincero. Scivolano leggere le rime di canzoni e brani, recitati e interpretati con piglio divertente e divertito. Tra artisti emergenti e silenti, spesso solo “figuranti nella vita”, il quadro che vien fuori suscita quel riso amaro che costringe a guardare alla realtà delle cose: il lavoro che non c’è, la politica e la crisi della sinistra, la famiglia dissestata, i talent show e i reality per chi non sa far nulla… C’è tanto, forse anche troppo, per uno spettacolo denso di parole che punta sulla leggerezza, senza pretesa di offrire risposte ma piuttosto animato dalla volontà di far sorridere proprio sulle disgrazie dell’uomo medio. […]

La Gazzetta del Sud – Elisabetta Reale – 1 giugno 2014
[…] il nuovo spettacolo di Dario De Luca “Và pensiero che io ancora ti copro le spalle” […] un racconto, tra l’ironico e il divertito, della nostra società, un progetto dal sapore politico che parla di precariato e disillusione, di mancanza di futuro in un Paese che si nutre di reality e comunica attraverso i social network. […]

Corrierespettacolo.it – Claudio Facchinelli – giugno 2014
[…] Dario De Luca, con Va’ pensiero, che io ti copro le spalle prosegue sulla strada intrapresa con Morir sì giovane e in andropausa: una forma di teatro musicale, di italico cabaret, sulle orme di Giorgio Gaber e Sandro Luporini. Dario, in scena, col corpulento Paolo Chiaia, ha scritto questo secondo episodio di una “Trilogia del fallimento” (verdiana nell’ispirazione dei titoli: il terzo sarà Parmi veder le lacrime, ma è solo un coccodrillo), assemblando drammaturgicamente le canzoni di Giuseppe Vincenzi. Chiaia, alle tastiere, è anche efficace spalla, fin dal gustoso incipit costruito con un gioco di ombre e di controluce (una trasparente citazione di Stanlio e Ollio). Rispetto al Morir sì giovane, lo spettacolo ha forse una dimensione più intima ma ugualmente godibile. Dario porge le sue canzoni, non da cantante, ma con l’autorevolezza dell’attore, e il suo messaggio agrodolce – una sorta di ironico manifesto dello sfigato – arriva con immediatezza in platea. […]

Altrevelocità  – Serena Terranova – giugno 2014
[…] È Dario De Luca ad andare in scena e a aggiungere un tassello a questo viaggio attorno alla drammaturgia, fornendoci una visione inaspettata. Anche in Va’ pensiero che io ancora ti copro le spalle scatta nella nostra mente il sapore di uno strano passato: l’attore allestisce infatti uno spettacolo di teatro-canzone, dove la musica gioca sullo stesso piano della presenza attoriale. A partire dal tema portante del pensiero, qui animato quasi come un vero personaggio, Dario De Luca scivola dai princìpi della rivoluzione agli sfondi della politica, dall’appiattimento critico dei social network al senso di vuoto che riempie i dialoghi dei colloqui di lavoro. Con disinvoltura ma anche con una certa cura, lo spettacolo procede tra testi cantati di fronte o dietro a un piccolo siparietto allestito sul palco e gli scambi di battute col pianista seduto su un angolo del palcoscenico. Il tono è ora ironico ora serio, e tiene fede al desiderio di riflessione e gioco proprio del teatro musicale.  […]

KlpTeatro – Mario Bianchi – 10 giugno 2014
[…] Dario De Luca, con Saverio La Ruina, anima teatrale dei padroni di casa di Scena Verticale, ha proposto “Va pensiero che ancora io ti copro le spalle”, che dopo “Morir sì giovane e in andropausa”, rappresenta la seconda tappa della “Trilogia del fallimento”, suo personalissimo percorso di teatro canzone, che intende raccontare le tantissime contraddizioni del “Paese” Italia. Qui non dialoga più con un intero ensemble, come succedeva nel precedente, ma con un solo musicista, l’ottimo Paolo Chiaia, parlando di una società che ha perso la sua identità, i suoi valori, sottolineandone a suo parere gli aspetti più evidenti: la mancanza di lavoro, il precariato, una sinistra che non c’è più, gli assurdi modelli della tv. Molto bravo De Luca a muoversi tra canto e recitazione […]

Sipario.it – Gigi Giacobbe – 5 giugno 2104
Come era già successo per lo spettacolo Morir sì giovane e in andropausa dell’edizione passata, Dario De Luca, per conto di Scena Verticale, è salito sul palco del Teatro Sybaris per dare vita ed esternare alla sua maniera, ovvero parlando e cantando, le cronache tragicomiche della nostra società contemporanea, presentando questa volta il secondo capitolo della cosiddetta “Trilogia del fallimento” titolata Va pensiero che io ancora ti copro le spalle scritto da Giuseppe Vincenzi e mixato dallo stesso De Luca che cerca di rinverdire il genere del teatro-canzone inventato da Gaber-Luporini. Con De Luca sulla scena e sotto forma di ombra dietro un paravento bianco, c’è Paolo Chiaia alle tastiere, pure nel ruolo di spalla e di figurante, che gli fornisce gli attacchi musicali per esternare il suo disincantato e straniante stile di show-man. De Luca condendo con ironia le sue cronache, racconta che il nostro Paese è fondato sul reality, i suoi abitanti ormai privilegiano i rapporti virtuali a quelli reali e che tutti, grandi e piccoli esprimono le loro emozioni con le faccine nei messaggi su WhatsApp.

Voce Spettacolo – Walter Nicoletti – 10/01/2015
E chi se lo aspettava? O meglio, chi si aspettava uno spettacolo del genere di Dario De Luca al Teatro Comunale di Matera? Ironico, graffiante e profondo, mette in luce l’uomo e la società moderna con le sue debolezze, con i suoi desideri, capace di grandi slanci ma anche di tremendi tonfi. Uno spettacolo sempre legato ad un filo conduttore: la narrazione in forma di poesia/canzone di singoli eventi con il sapore del racconto antico, da cui partire per trovare dei messaggi da trasferire nella nostra vita attuale. E’ successo venerdì 9 gennaio 2015, quando l’attore di origine calabrese ha affascinato non solo giovanissimi, ma un pubblico di tutte le età: mamme, papà, adolescenti, 30enni,… insomma un artista per tutte le fasce e che accontenta tutti, trattando temi molto seri e importanti. Ma la vera forza di questo spettacolo è nella semplicità della struttura scenica e nella sua performance. Infatti Dario De Luca, oltre a cantare e ballare, interpreta, recita, crea, emoziona. Non il semplice spettacolo teatrale, ma qualcosa di più; una sorta di teatro-canzone rivisto e corretto su testo di Giuseppe Vincenzi e accompagnato alle tastiere dal Maestro Paolo Chiaia. Perché De Luca ama così tanto quello che fa da darsi completamente e sprigionare una carica e potenza incredibile, tanto che poi i saluti durano più del previsto da quel palco. E infine quel calore del pubblico accorso ad assistere ad un grande evento come solo i veri professionisti sanno realizzare.

Quotidiano del Sud – Francesco Altavista – 10/01/2015
Ci si ritrova al freddo di via Pretoria a Potenza dopo esser usciti dal teatro Stabile con un sorriso strano stampato sulle facce soddisfatte, dopo l’applauso scrosciante per “Va pensiero che io ancora ti copro le spalle” terzo appuntamento della stagione teatrale  organizzata da Teatri Uniti di Basilicata. Quel ghigno pirandelliano che ingrossa le gote verso il cielo, è simile a quello che si riconosce sul volto degli altri spettatori. Si è riso molto nell’ora e dodici minuti di pièce, ma una sorta di statua in marmo bianco che raffigura se stessi si va a incastrare al centro del cuore, proprio dove il sangue parte per andare in ogni angolo del corpo. Dario D e Luca si incammina sulla strada tracciata dal grande teatro-canzone di Gaber, ma non ne fa una copia, al contrario lo esalta: musicale non è il testo ma perfino il suo corpo, dirige questo stile in atmosfere molto più oscure, più dark sembra quasi in alcune parti di rivedere immagini che nel cinema sono marchiate dalla penna di Tim Burton. Certo, è solo una sensazione; quella messa in scena è uno spettacolo che guarda i mondo da una prospettiva inedita, gli autori – lo stesso De Luca con Giuseppe Vincenzi – affondano i loro artigli nella realtà di questa generazione di uomini alle prese con l’immagine sbiadita di se stessi ma non lo fanno solo con una satira vescicante ma portandosi addosso il pantano ultimo della verità ciò che resta ciò che dopo aver fatto evapora con  la consapevolezza di tanti fallimenti, tutta la corteccia di falsità amori fatti a pezzi sogni infranti ipocrisie e nell’ultima parte la frustrazione di una voglia di cambiamento politico. Al centro della scena c’è una scatola di veli dove a tratti viene proiettato e in altri è De Luca stesso a costruire ombre. È una fantastica metafora, ombre della luce di un tempo lontano, ombre claustrofobiche, ombre nelle quali ci sono gesti senza volti, ombre senza colori nella società, in cui sono le immagini a sostituire la parola. Scomparso il verbo, cancellate le immagini che essendo così esagerata perdono valore in una forma cinica di massificazione post umana, non resta poi che granché dell’uomo. Ecco perché si ride tanto grazie a De Luca, all’ironia delle canzoni e dei testi, grazie anche a Paolo Chiaia che funge da perfetta spalla del protagonista ma poi si è terrorizzati da un sentimento che assomiglia a un bisogno spasmodico di tristezza e si cerca aria o belle immagini per evadere da se stessi.

Tgme.it – Giusi Arimatea – 31/08/2018
[…] Sulla scorta di quel teatro canzone che deve tutto all’estro creativo e alla levatura artistica di Sandro Luporini e Giorgio Gaber, De Luca alterna per un’ora musica e cabaret, accompagnato da Paola Chiaia alla tastiera. Un Atto unico in sei quadri e canzoni durante il quale l’attore si dimena tra disgrazie personali e universali, tra casa e nazione, tra show e politica, indistinguibili peraltro. Dalla premessa che distingue disoccupazione e inoccupazione alla forsennata compilazione del Curriculum Vitae, carente al punto da necessitare d’essere impinguato con le esperienze maturate nella vita precedente, si procede verso la triste realtà dell’Italia interinale in cui viviamo.
La professione di attore derisa, tanto più che esercitata in una regione del profondo Sud come la Calabria. Non rimane che accontentarsi di una carriera in TV, partendo dal gradino più basso, spettatore con il compito di applaudire, fino ad arrivare a occupare il trono di Uomini e Donne e assistere alle sfilate di pretendenti dai nomi à la page. Basterebbe questo a restituire il quadro miserevole di un Paese, eppure Dario De Luca ci mette dentro i colori della tecnologia che ci ha fagocitati, solo all’apparenza colmando i vuoti culturali di una società votata all’indicativo, fornendo piuttosto emoticons per esprimere emozioni che non si provano più. En passant, l’ipocrisia alla quale ci si assuefà per quieto vivere. Quindi i rapporti di coppia e la libertà riconquistata quando si indossa nuovamente la maglia del libero, come Baresi e Scirea. Un mare di progetti e l’incapacità umana di realizzarli in solitudine. Lo spettacolo vira dunque sul dramma dell’italiano medio, quello che non sa più come si vota a sinistra, per poi abbandonarsi alle riflessioni spiccatamente leopardiane sulla vita. La salvezza in mano agli extraterrestri. Il sogno di una casa sulla luna ora che i partiti artificiali hanno decretato la morte della politica e sopravvivere, qui, diventa il compito più arduo. Senza iperboli e senza ampollosità da palcoscenico, Dario De Luca ha lasciato che il pubblico indossasse i suoi occhi per assistere al lacrimevole spettacolo della società 2.0 in cui nostro malgrado naufraghiamo. Il pregio che gli si riconosce è quello di averlo fatto con la leggerezza e l’immediatezza necessarie a rendere tutto meno indigesto. Ché ove si posano gli occhi abbozzando un sorriso si addolciscono persino le mostruosità del vivere.

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