MARIO E SALEH

La Repubblica Roma – Rodolfo DiGiammarco – 28/10/2019
Dopo aver ritratto con stoicismo gli ultimi, i diversi, e l’ignoranza dei nocivi, l’ispirato autore-interprete Saverio La Ruina affronta un’impresa coscienziosissima, e in un suo lavoro pervaso di disputa e poesia, in “Mario e Saleh” al Romaeuropa Festival, drammatizza umanamente il mistero delle differenze interreligiose. Lo fa costringendo alla coabitazione, in una tenda per terremotati, un se stesso in panni di sfollato di modesta consapevolezza cristiana, e un attore di origini tunisine, Chadli Aloui, che esprime la sua identità (vera di musulmano). Non è docu-teatro, è un istintivo, delicato e indelicato confronto di pregiudizi tra due uomini, il cui pregio è nelle scaramucce delle ignoranze reciproche, e la cui toccante lezione è il ritrovarsi sempre a un passo dalla disarmonia tra il ‘noi’ e ‘voi’. Mario non capisce le regole di Saleh che prega inginocchiato, Saleh non elabora l’accusa a tutti gli arabi per l’attacco alle Torri Gemelle. Le polemiche su ospitalità e radici causano un muro di suppellettili. Un crocifisso e un quadro con scritte del corano sembrano contrapporsi. Ma ci sono anche spifferi di segrete intese. Il racconto che Mario fa della neve è un incanto. E la partecipazione di Saleh al bene comune dell’accampamento sa di intima civiltà. Quando Mario perde dei soldi, Saleh fa finta di trovarli, usando proprie banconote, ricambiato da Mario che bonifica quella cifra alla sorella dell’altro. Ma resterà un vuoto. Strepitosa la calma (con scossoni) di Saverio La Ruina. Notevole la sensibilità (sopra le righe) di Chadli Aloui. Gran teatro verità.

 

Controscena.net – Enrico Fiore – 27/10/2019
«No, no, no, questa cosa non la potete fare. Ma che vi dice la testa a voi? Dopo tutto ‘sto sfracello portate pure altri rivolgimenti? Perché non è un rivolgimento, questo? Ma a voi vi pare una cosa sensata questo miscuglio?». Parlando al cellulare con un funzionario pubblico, esordisce così Mario, uno dei due personaggi protagonisti dell’atto unico di Saverio La Ruina, «Mario e Saleh», che Scena Verticale ha presentato in «prima» nazionale nell’ambito del Romaeuropa Festival. E il «rivolgimento» e il «miscuglio» a cui si riferisce consistono nel fatto che nella tenda che lo ospita dopo il terremoto dell’Aquila viene mandato anche un tunisino, per l’appunto Saleh. Sembrerebbe, dunque, che l’atto unico in questione si riduca all’illustrazione delle schermaglie – tra il religioso, il razziale e il politico – che si sviluppano fra quei due, un occidentale cristiano e un arabo musulmano. Ma il pregio rilevante dei testi di La Ruina è che la loro trama, in superficie semplice e persino schematica, funziona in profondità come la pietra gettata in uno stagno: dal punto in cui cade in acqua partono onde che assumono la forma di cerchi concentrici sempre più larghi. Così, per fare un esempio, nella circostanza accade che dal piccolo diverbio iniziale fra Mario, che considera un semplice scendiletto quello che ha trovato all’ingresso della tenda, e Saleh, che invece lo considera un tappeto, si arrivi prima alla scoperta che si tratta di uno dei tappeti da preghiera in uso, giusto, presso i musulmani e poi alla battuta di Saleh che suona: «[…] il terremoto sta diventando un’opportunità per costruire una città ancora più bella e una comunità ancora più unita».
A tanto, del resto, conducono anche i ripetuti scontri circa l’attribuzione di determinati passi canonici all’uno o all’altro dei due testi sacri, la Bibbia e il Corano, venerati rispettivamente da Mario e da Saleh. E indico in proposito un caso su tutti: il passo «Chiunque uccide una persona è come se avesse ucciso l’umanità intera. E chiunque avrà salvato una persona sarà come se avesse salvato l’umanità intera» viene commentato da Mario con un «Questo lo dice la Bibbia» e da Saleh con un «No, no, questo lo dice il Corano».
Naturalmente, lo dicono sia la Bibbia che il Corano. E in breve, il testo di La Ruina pone l’accento sul concetto-cardine del pensiero contemporaneo: ogni cosa non è mai una sola cosa, ma è sempre più cose, tante quante le persone che con quella cosa a qualsiasi titolo vengono in contatto. Lo stesso tema centrale del testo – la migrazione che provoca il conflitto tra religioni e razze – è svolto alla luce di questa legge: rappresenta, in sé, un fatto doloroso che spesso sfocia in esiti tragici, ma contiene, nello stesso tempo, la radice di una verità salvifica.
La sottolinea, quella verità, proprio il Corano, con la sūra XLIX di cui si cita qui il versetto 13: «Vi abbiamo creato da un maschio e da una femmina, e abbiamo fatto di voi popoli e tribù, affinché vi conosciate a vicenda». Io avrei aggiunto la citazione del versetto 72 della sūra VIII: «Coloro che avranno creduto e saranno andati raminghi per le vie del mondo e avranno combattuto nel sentiero del Dio (pagando con i loro beni, pagando di persona) e avranno offerto il profumo dell’ospitalità e l’aiuto ai credenti sono da considerarsi intimi amici gli uni degli altri. Non sarete amici di quei credenti che ancora non si son dispersi per le vie del mondo, fino a quando essi non abbiano intrapreso il cammino dell’emigrazione». E mi spiego.
Avrei aggiunto questa citazione perché chiama in causa l’altro e complementare tema di rilievo messo in campo da La Ruina: quello del viaggio come fonte di conoscenza. È il tema che s’incarna con impressionante forza simbolica nella sequenza in cui Mario racconta di quando accompagnò la moglie Filomena sull’autoambulanza del 118. «Lei se lo sentiva ch’era l’ultimo viaggio», commenta Mario; e aggiunge che Filomena, dopo avergli detto: «Ci siamo fidanzati viaggiando e ci voglio pure morire viaggiando insieme a te», gli chiese: «Pensi che finisce tutto qua o ci rivediamo?». Ecco, proprio questo è il punto: la morte, certo, è una fine, ma nello stesso tempo è il passaggio obbligato perché possa darsi un nuovo inizio. Il seme, perché possa produrre prima il fiore e poi il frutto, dev’essere seppellito. Ora, dovrei concludere rilevando la linearità della regia di La Ruina e la precisione della prova d’attore sua, nel ruolo di Mario, e di Chadli Aloui, nato a Palermo per l’appunto da genitori tunisini, in quello di Saleh. Ma la sera della «prima» è successo un fatto imprevedibile, e ai limiti dell’incredibile.
Chadli Aloui avrebbe dovuto pronunciare la battuta: «Dopo l’attentato alle Torri Gemelle. Da là è cominciato tutto. Da quel momento il mondo si è diviso tra noi e voi». Ma non l’ha pronunciata, quella battuta. Invece è venuto alla ribalta e, guardando fisso gli spettatori, ha detto: «Noi restiamo noi e voi restate voi. Buonasera a tutti». Ed ha abbandonato il palcoscenico.
L’episodio costituisce, credo, la prova inconfutabile di quanto «Mario e Saleh» sia uno spettacolo necessario. Ci sono ferite ancora aperte e che ancora sanguinano. E certi eventi sono assolutamente emblematici, accadono perché devono accadere e nel momento in cui devono accadere. È morto al-Baghdadi. E ho visto Cladli Aloui che s’aggirava nel mio stesso albergo con le braccia strette spasmodicamente intorno al petto, come a difendersi e, insieme, a separarsi dal mondo.

 

Liminateatri.it – Titti Danese – 13/11/2019
Una esigenza forte di raccontare, un teatro necessario dove coabitano ragione e sentimento e le parole sono armi potentissime e non lasciano scampo né vie d’uscita. L’ultimo lavoro di Saverio La Ruina, narratore sapiente e visionario è un dialogo che documenta l’incontro tra un cristiano e un credente musulmano costretti dal caso a una coabitazione forzata sotto una tenda da campo dopo il terremoto in Abruzzo. In scena il regista-autore e un attore di origine tunisina, in Italia fin da bambino, sono i protagonisti di un confronto duro e mai buonista, tra le molte insofferenze e i pregiudizi di Mario e una certa disponibilità all’incontro da parte di Saleh, che vede nel terremoto «una opportunità per costruire una città ancora più bella e una comunità ancora più unita». Certo si ritrovano a solidarizzare sulla gestione dell’emergenza, si raccontano le incongruenze di una organizzazione che ha previsto per alcuni sistemazioni in tenda e per altri negli alberghi della costa, ma Saleh si sentirà offeso quando Mario scambierà per uno scendiletto il suo tappeto in cui si inginocchia per pregare. Così le diverse interpretazioni della Bibbia e del Corano apriranno diatribe infinite e la distanza tra i due diventa incolmabile quando a Saleh La Ruina assegna la battuta sull’attentato alle Torri Gemelle: «Da là è cominciato tutto. Da quel momento il mondo si è diviso tra noi e voi». Nella vita e sulla scena. Lasciando aperti tutti gli interrogativi in questo momento irripetibile di teatro-verità. E tuttavia Mario e Saleh, tra mille contraddizioni, restano testimoni di una speranza a raccontare un paese che non ha ancora perduto la sua anima.

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