MARIO E SALEH

La Repubblica Roma – Rodolfo DiGiammarco – 28/10/2019
Dopo aver ritratto con stoicismo gli ultimi, i diversi, e l’ignoranza dei nocivi, l’ispirato autore-interprete Saverio La Ruina affronta un’impresa coscienziosissima, e in un suo lavoro pervaso di disputa e poesia, in “Mario e Saleh” al Romaeuropa Festival, drammatizza umanamente il mistero delle differenze interreligiose. Lo fa costringendo alla coabitazione, in una tenda per terremotati, un se stesso in panni di sfollato di modesta consapevolezza cristiana, e un attore di origini tunisine, Chadli Aloui, che esprime la sua identità (vera di musulmano). Non è docu-teatro, è un istintivo, delicato e indelicato confronto di pregiudizi tra due uomini, il cui pregio è nelle scaramucce delle ignoranze reciproche, e la cui toccante lezione è il ritrovarsi sempre a un passo dalla disarmonia tra il ‘noi’ e ‘voi’. Mario non capisce le regole di Saleh che prega inginocchiato, Saleh non elabora l’accusa a tutti gli arabi per l’attacco alle Torri Gemelle. Le polemiche su ospitalità e radici causano un muro di suppellettili. Un crocifisso e un quadro con scritte del corano sembrano contrapporsi. Ma ci sono anche spifferi di segrete intese. Il racconto che Mario fa della neve è un incanto. E la partecipazione di Saleh al bene comune dell’accampamento sa di intima civiltà. Quando Mario perde dei soldi, Saleh fa finta di trovarli, usando proprie banconote, ricambiato da Mario che bonifica quella cifra alla sorella dell’altro. Ma resterà un vuoto. Strepitosa la calma (con scossoni) di Saverio La Ruina. Notevole la sensibilità (sopra le righe) di Chadli Aloui. Gran teatro verità.

 

Corriere della Sera – La Lettura – Franco Cordelli – 17/08/2020
Saverio La Ruina è un giovane quasi sessantenne che si è affermato nel 2006 con un memorabile Dissonorata. Insieme a Chadii Aloui, nato a Palermo da genitori tunisini, è e tornerà in scena con Mario e Saleh(sotto, foto di Tommaso Le Pera) a fine settembre per la rassegna Primavera dei teatri di Castrovillari. Nel racconto siamo a L’Aquila, dopo i giorni del terremoto del 2009. Mario è vedovo e non ha più casa. Vive in una tenda, è al telefono, gli comunicano che un musulmano è sul punto di raggiungerlo. Se ne lamenta. Perché un musulmano? Perché, gli viene risposto, non vuole vivere con altri musulmani. Non se ne conosce la ragione. Sarà l’ossessione di Mario. Perché sei voluto venire qui? Perché non stai tra la tua gente? Te lo dirò al momento giusto. Ma le domande, i litigi, le inquietudini cominciano dal primo momento. Oh, voi ci provate sempre. Voi chi? Voi, voi musulmani. Vuoi dire che io sono musulmano come tu sei italiano?  Poi c’è la questione del tappeto. Di chi è quel tappeto? Non è un tappeto, è uno scendiletto. Quella «s» l’ha ricamata mia sorella, è un tappeto. E dopo il tappeto la questione del «pigiama». In verità niente altro che il giusto abito per pregare Maometto. Ma tu mi passavi davanti e ti mettevi tra me e Lui. E non solo, tenevi pure la radio ad alto volume. Eccoti le cuffie, così potrai sentire la radio mentre prego, così potremo andare d’accordo. Un brutto momento tra Mario e Saleh è quando Mario mette a terra un libro del suo convivente, di cui non riesce a diventare amico, e Saleh gli dice che quello è il Corano. Metteresti i piedi sulla Bibbia? Non importa poi si scopra che quello non era il Corano. E alla fine neppure importano (se non dal punto di vista romanzesco) la faccenda di quel crocifisso appeso da Mario e di quella sura del Corano, quasi in pura risposta, appesa da Saleh; e, di più ancora, la faccenda dei cinquecento euro che Mario perde con il suo portafoglio e che Saleh, proprio lui, ritroverà (ma più tardi Mario scoprirà che Saleh doveva mandare alla sorella Aisha, che vive a Londra, proprio cinquecento euro — che non le ha più mandato e che invece manderà, proprio lui, il nuovo amico Mario). Restava la questione del perché Saleh non aveva voluto rispondere alla domanda sulle ragioni che lo avevano spinto a chiedere di non dimorare con altri musulmani. Nella replica cui ho assistito (di uno spettacolo che ha fatto e farà crescere i non semplici rapporti tra i due interpreti, fino a una pacificazione) Chadii Aloui al momento di rispondere ha salutato gli spettatori ed è uscito di scena. Con ogni probabilità aveva raggiunto una tale identificazione con il personaggio, e di più con una zona profonda di sé e della sua cultura non italiana, da non avere retto alla veritiera tensione delle parole dette e di quelle che avrebbe dovuto pronunciare. In realtà erano parole buone, parole di pace. Avrebbe detto: «Perché dovevamo conoscerci fino a quando il “noi e voi” che lo avevano spinto a chiedere di non dimorare con altri musulmani non sarebbe più esistito».


Controscena.net – Enrico Fiore – 27/10/2019
«No, no, no, questa cosa non la potete fare. Ma che vi dice la testa a voi? Dopo tutto ‘sto sfracello portate pure altri rivolgimenti? Perché non è un rivolgimento, questo? Ma a voi vi pare una cosa sensata questo miscuglio?». Parlando al cellulare con un funzionario pubblico, esordisce così Mario, uno dei due personaggi protagonisti dell’atto unico di Saverio La Ruina, «Mario e Saleh», che Scena Verticale ha presentato in «prima» nazionale nell’ambito del Romaeuropa Festival. E il «rivolgimento» e il «miscuglio» a cui si riferisce consistono nel fatto che nella tenda che lo ospita dopo il terremoto dell’Aquila viene mandato anche un tunisino, per l’appunto Saleh. Sembrerebbe, dunque, che l’atto unico in questione si riduca all’illustrazione delle schermaglie – tra il religioso, il razziale e il politico – che si sviluppano fra quei due, un occidentale cristiano e un arabo musulmano. Ma il pregio rilevante dei testi di La Ruina è che la loro trama, in superficie semplice e persino schematica, funziona in profondità come la pietra gettata in uno stagno: dal punto in cui cade in acqua partono onde che assumono la forma di cerchi concentrici sempre più larghi. Così, per fare un esempio, nella circostanza accade che dal piccolo diverbio iniziale fra Mario, che considera un semplice scendiletto quello che ha trovato all’ingresso della tenda, e Saleh, che invece lo considera un tappeto, si arrivi prima alla scoperta che si tratta di uno dei tappeti da preghiera in uso, giusto, presso i musulmani e poi alla battuta di Saleh che suona: «[…] il terremoto sta diventando un’opportunità per costruire una città ancora più bella e una comunità ancora più unita». A tanto, del resto, conducono anche i ripetuti scontri circa l’attribuzione di determinati passi canonici all’uno o all’altro dei due testi sacri, la Bibbia e il Corano, venerati rispettivamente da Mario e da Saleh. E indico in proposito un caso su tutti: il passo «Chiunque uccide una persona è come se avesse ucciso l’umanità intera. E chiunque avrà salvato una persona sarà come se avesse salvato l’umanità intera» viene commentato da Mario con un «Questo lo dice la Bibbia» e da Saleh con un «No, no, questo lo dice il Corano». Naturalmente, lo dicono sia la Bibbia che il Corano. E in breve, il testo di La Ruina pone l’accento sul concetto-cardine del pensiero contemporaneo: ogni cosa non è mai una sola cosa, ma è sempre più cose, tante quante le persone che con quella cosa a qualsiasi titolo vengono in contatto. Lo stesso tema centrale del testo – la migrazione che provoca il conflitto tra religioni e razze – è svolto alla luce di questa legge: rappresenta, in sé, un fatto doloroso che spesso sfocia in esiti tragici, ma contiene, nello stesso tempo, la radice di una verità salvifica. La sottolinea, quella verità, proprio il Corano, con la sūra XLIX di cui si cita qui il versetto 13: «Vi abbiamo creato da un maschio e da una femmina, e abbiamo fatto di voi popoli e tribù, affinché vi conosciate a vicenda». Io avrei aggiunto la citazione del versetto 72 della sūra VIII: «Coloro che avranno creduto e saranno andati raminghi per le vie del mondo e avranno combattuto nel sentiero del Dio (pagando con i loro beni, pagando di persona) e avranno offerto il profumo dell’ospitalità e l’aiuto ai credenti sono da considerarsi intimi amici gli uni degli altri. Non sarete amici di quei credenti che ancora non si son dispersi per le vie del mondo, fino a quando essi non abbiano intrapreso il cammino dell’emigrazione». E mi spiego. Avrei aggiunto questa citazione perché chiama in causa l’altro e complementare tema di rilievo messo in campo da La Ruina: quello del viaggio come fonte di conoscenza. È il tema che s’incarna con impressionante forza simbolica nella sequenza in cui Mario racconta di quando accompagnò la moglie Filomena sull’autoambulanza del 118. «Lei se lo sentiva ch’era l’ultimo viaggio», commenta Mario; e aggiunge che Filomena, dopo avergli detto: «Ci siamo fidanzati viaggiando e ci voglio pure morire viaggiando insieme a te», gli chiese: «Pensi che finisce tutto qua o ci rivediamo?». Ecco, proprio questo è il punto: la morte, certo, è una fine, ma nello stesso tempo è il passaggio obbligato perché possa darsi un nuovo inizio. Il seme, perché possa produrre prima il fiore e poi il frutto, dev’essere seppellito. Ora, dovrei concludere rilevando la linearità della regia di La Ruina e la precisione della prova d’attore sua, nel ruolo di Mario, e di Chadli Aloui, nato a Palermo per l’appunto da genitori tunisini, in quello di Saleh. Ma la sera della «prima» è successo un fatto imprevedibile, e ai limiti dell’incredibile. Chadli Aloui avrebbe dovuto pronunciare la battuta: «Dopo l’attentato alle Torri Gemelle. Da là è cominciato tutto. Da quel momento il mondo si è diviso tra noi e voi». Ma non l’ha pronunciata, quella battuta. Invece è venuto alla ribalta e, guardando fisso gli spettatori, ha detto: «Noi restiamo noi e voi restate voi. Buonasera a tutti». Ed ha abbandonato il palcoscenico. L’episodio costituisce, credo, la prova inconfutabile di quanto «Mario e Saleh» sia uno spettacolo necessario. Ci sono ferite ancora aperte e che ancora sanguinano. E certi eventi sono assolutamente emblematici, accadono perché devono accadere e nel momento in cui devono accadere. È morto al-Baghdadi. E ho visto Cladli Aloui che s’aggirava nel mio stesso albergo con le braccia strette spasmodicamente intorno al petto, come a difendersi e, insieme, a separarsi dal mondo.


Hystrio – 01, 2021 – Alessandro Toppi
A prima vista Mario e Saleh pare la coniugazione poetica di un’urgenza argomentativa imposta dalla cronaca: la complessità coabitativa del multiculturalismo, le tensioni tra nativi e stranieri, l’io contro te per (ir)ragioni di pelle, lingua, religione. Italia-Tunisia, Cristo-Maometto, noi-voi e «siete ospiti», «sembrate un gregge di pecore», «statevene nel vostro Paese». Tuttavia così si nota solo l’aspetto più evidente, e più didascalico, di un testo che si basa sui fraintendimenti continui (il tappeto usato come scendiletto, la tunica chiamata «pigiama», la preghiera scambiata per ginnastica) e che in scena genera ripetute dinamiche di contrasto: mettendo sotto la stessa tenda un terremotato italiano e un tunisino senza fissa dimora l’opera, infatti, li costringe a una lotta ossessiva per la conquista di un po’ di spazio, il possesso di qualcosa, la rivendicazione di un micro-privilegio domestico. Ma è proprio badando a come i due litigano per la sedia, la radio, l’esposizione del crocifisso o di una sura coranica che lo spettacolo svela un senso ulteriore. Mario e Saleh, infatti, mostra due uomini che, per riconoscersi in quanto uomini, devono lasciarsi tutto alle spalle: l’orrore del terrorismo e dell’informazione tv, l’incidenza dei discorsi collettivi e generici, il valore assoluto dei soldi, questi oggetti che hanno e che trattano come fosse l’unica cosa che conta. Tant’è. Mario e Saleh termina in proscenio: dimenticata la tenda con quel che contiene, i due se ne stanno lì, assieme, a sentire la neve che scende. Denudati metaforicamente dall’oppressione imposta loro dalla contemporaneità, tornati a uno stato di natura (il cielo per tetto, dinnanzi i fiocchi di neve che cadono), capiscono di essere due ultimi della Terra: entrambi fragili, feriti dalla vita e dunque con qualcosa di prezioso da dirsi e da darsi. A tratti incerta, o ancora troppo tesa, è la relazione attoriale tra Chadli Aloui e Saverio La Ruina: come gli fosse preclusa quella fluidità “di mestiere” propria d’uno spettacolo e delle sue repliche; realistica la tenda di Mela Dell’Erba; le luci calde e fredde di Michele Ambrose accompagnano questa vicenda d’incontro-scontro, di conflitto e di pace.

Liminateatri.it – Katia Ippaso – 01/11/2020
Sul palcoscenico, qualcuno ha montato una tenda da sfollati. Uno dei due personaggi ci vive da prima, dentro questo tenda. Scopriamo che si chiama Mario (lo interpreta un certo Saverio La Ruina), ed ha delle idee balorde sul ragazzo che la protezione civile gli mette dentro la stessa tenda. Lui è prevenuto perché l’altro, Saleh (Chadli Aloui), è d’origine tunisina. Per tutto il tempo, gli spettatori del castello si chiedono che cosa accadrà. Non c’è da stare troppo tranquilli. Che Saleh sia veramente un terrorista? E Mario che cosa nasconde? Capiamo ad un certo punto che lui è uno sfollato serio, cioè uno che anche prima del terremoto era stato picchiato dalla vita. Saleh, invece, non fa cose poi così strane, persino pregare su un tappetino non sembra una cosa pericolosa. Però a un certo punto spariscono dei soldi. La tensione aumenta. La cosa incredibile è che mi ricordo benissimo i volti dei due attori. Perché loro avevano un modo di guardarsi e di parlarsi che sembrava nascere proprio lì, non si sentivano né sicuri né sazi. Avevano anche un po’ paura. Veramente. Erano disposti a giocarsi tutto. Insomma, una di quelle cose che vengono spiate in segreto, una di quelle scene vere della vita quando c’era la vita. Nessuno, nel castello, osa fiatare, anche se ci piove addosso.

 

Liminateatri.it – Titti Danese – 13/11/2019
Una esigenza forte di raccontare, un teatro necessario dove coabitano ragione e sentimento e le parole sono armi potentissime e non lasciano scampo né vie d’uscita. L’ultimo lavoro di Saverio La Ruina, narratore sapiente e visionario è un dialogo che documenta l’incontro tra un cristiano e un credente musulmano costretti dal caso a una coabitazione forzata sotto una tenda da campo dopo il terremoto in Abruzzo. In scena il regista-autore e un attore di origine tunisina, in Italia fin da bambino, sono i protagonisti di un confronto duro e mai buonista, tra le molte insofferenze e i pregiudizi di Mario e una certa disponibilità all’incontro da parte di Saleh, che vede nel terremoto «una opportunità per costruire una città ancora più bella e una comunità ancora più unita». Certo si ritrovano a solidarizzare sulla gestione dell’emergenza, si raccontano le incongruenze di una organizzazione che ha previsto per alcuni sistemazioni in tenda e per altri negli alberghi della costa, ma Saleh si sentirà offeso quando Mario scambierà per uno scendiletto il suo tappeto in cui si inginocchia per pregare. Così le diverse interpretazioni della Bibbia e del Corano apriranno diatribe infinite e la distanza tra i due diventa incolmabile quando a Saleh La Ruina assegna la battuta sull’attentato alle Torri Gemelle: «Da là è cominciato tutto. Da quel momento il mondo si è diviso tra noi e voi». Nella vita e sulla scena. Lasciando aperti tutti gli interrogativi in questo momento irripetibile di teatro-verità. E tuttavia Mario e Saleh, tra mille contraddizioni, restano testimoni di una speranza a raccontare un paese che non ha ancora perduto la sua anima.

 

Dramma.it – Maurizio Sesto Giordano – 13/01/2020
Un testo che fa riflettere sui rapporti umani, sui nostri pregiudizi e su come, tante volte, specie ai nostri giorni, siamo prevenuti nell’approcciarci con l’altro. Stiamo parlando dell’atto unico “Mario e Saleh” di Saverio La Ruina, proposto al Piccolo Teatro della Città di Catania […]. Si tratta di una pièce delicata, dalle tante sfaccettature e che ci porta a ragionare sulla eterna contrapposizione tra il “noi” ed il “voi”, sui rapporti con chi è diverso da noi, come razza, religione, abitudini e che induce alla riflessione su come confrontarsi con chi viene da un altro paese, con chi ha un diverso colore e professa una religione diversa dalla nostra e che si trova, però, nella nostra terra, magari nelle nostre stesse condizioni. Sulla scena, di Mela Dell’Erba, una tenda allestita all’indomani di un sisma, sul luogo del terremoto, dove convivono, tra pochi oggetti (una radio, degli zaini, due sedie, un tavolino, una croce, il Corano), all’improvviso e non per propria scelta – per uno strano “rivolgimento”, per un “miscuglio” – i due protagonisti: Mario, un occidentale cristiano e Saleh, un arabo musulmano. I due si affrontano duramente e soprattutto Mario non vuole accettare le abitudini, la religione ed i silenzi di Saleh. Le liti, i pregiudizi di Mario riguardano il pregare inginocchiato sul proprio tappeto di Saleh, si disquisisce sulla Bibbia e sul Corano, mentre Saleh non elabora l’accusa a tutti gli arabi per l’attacco alle Torri Gemelle. Continue le contrapposizioni, le diversità, i pregiudizi tra i due, fino a quando nascono segrete intese, il tendersi reciprocamente una mano, fino alla notte fuori dalla tenda, con il racconto che Mario fa della neve. La pièce vede continui ribaltamenti di situazioni esterne che mutano lo stato d’animo, la coesistenza di Mario e Saleh ma con il passare dei giorni si scopre che entrambi sono segnati da traumi che ne hanno condizionato l’esistenza ed a poco a poco i due imparano, nel piccolo spazio della tenda, a comprendere le rispettive usanze, abitudini, fino a quando si fanno compagnia, si scambiamo i loro segreti e si ritrovano accomunati dalla stessa sorte e solitudine. Quella dei nostri oscuri e problematici giorni. L’atto unico, di circa sessanta minuti, di Saverio La Ruina, in giorni difficili e di insofferenza verso l’altro, verso il diverso, come quelli attuali, risulta davvero di grande significato. Lineare la regia dello stesso autore che dosa l’elemento, il momento drammatico e sociale, con quello magari più leggero. Convincenti, profondi e ben calati nei ruoli del problematico Mario e del diffidente Saleh risultano rispettivamente Saverio La Ruina e Chadli Aloui che danno vita ad uno spettacolo di teatro civile, di impegno sociale, un momento di necessaria riflessione e di verità, di incontro di cui tutti, in questi giorni così confusi e contraddittori, abbiamo bisogno.

 

Quotidianodelsud.it – Alessandro Chiappetta – 29/12/ 2019
E’ uno spettacolo necessario, “Mario e Saleh”, di Saverio La Ruina che lo ha scritto, diretto e lo interpreta insieme a Chadli Aloui […]. Uno spettacolo necessario perché fa capire, costringe a mettersi dall’altra parte e che per una volta ti fa vedere il disagio di chi si sente ospite a vita in un paese, nonostante in quel paese sia cresciuto fin da piccolo. […] Saleh prega, si vede che ci tiene, fa parte della sua cultura, della sua tradizione. Mario inconsapevolmente lo disturba in tutti i modi: con la radio alzata, parlandogli, passandogli davanti. Intolleranza? Macchè, basterebbe un po’ di educazione. E a una domanda semplice semplice che gli rivolge l’arabo (“Come preghi tu?”), Mario va in difficoltà, forse non ci ha mai fatto caso, forse non prega mai, forse, esattamente come tanti occidentali, non dà troppo peso alla “forma” della preghiera. E come tanti occidentali parla per slogan, per frasi fatte, impastate di superficialità (“Siete tutti tristi, avete tutti la barba, vi prendete troppo sul serio, non vi si può dire nulla, siete permalosi”) fino a quando va a sbattere violentemente sul muro della realtà, quella realtà che ha preso un bivio in una data precisa: l’11 settembre del 2001. Ognuno si ricorda dov’era, ognuno si ricorda cosa faceva, racconta Saleh, per sottolineare che da lì in poi è cambiato tutto, “ci siamo divisi tra noi e voi”, e la colpa di un attentato devastante è ricaduta di colpo su tutto il mondo islamico, anche su un ragazzino di nove anni – ricorda ancora il personaggio – che da lì in poi ha iniziato a chiedersi perché tutto il mondo che gli stava intorno avesse iniziato a guardarlo con occhi diversi. Chadli Aloui si rende protagonista di una prova convincente e che cresce replica dopo replica […] Per una volta, attore e personaggio non sono due entità diverse, ma si sovrappongono. Lui non interpreta Saleh, lui è Saleh. Lo è quando prega, quando reagisce alle provocazioni di Mario, lo è quando gli balena nello sguardo quella commozione figlia di un’infanzia difficile e vissuta tra tanti pregiudizi che evidentemente resistono anche da adulto. Ha una fisicità importante, che dà bellezza e plasticità al suo personaggio e che sovrasta La Ruina, autore, a sua volta, di un’altra bella prova di attore e di drammaturgo. La scelta di Aloui è sua ed è una scelta indovinata. E che ci fa capire che se imparassimo ad accettarci, tutti, con le nostre paure, le nostre esigenze, le nostre fragilità, tutte quelle che ci accomunano in quanto esseri umani, allora probabilmente il mondo sarebbe un posto migliore, nel quale riconoscere l’altro semplicemente guardandoci allo specchio.

 

Noteverticali.it – Luigi Caputo – 29/12/2019
[…] In una tendopoli allestita nei luoghi del sisma, si ritrovano, come coinquilini forzati, due uomini. Mario, italiano e cristiano, e Saleh, arabo e musulmano. […] I due uomini non sono più creature attraversate da storie personali di dolore e disadattamento che agiscono, soffrono e vivono sotto uno stesso cielo e condividendo il medesimo disagio, ma barriere che si dispongono l’una contro l’altra in nome di identità distinte e opposte, a prescindere, senza lo spiraglio di una conciliazione. Un incendio di logiche che hanno perso ogni cognizione, una tempesta di rifiuti contro ogni invito all’ascolto, fomentati da avvenimenti esterni utili solo a rinsaldare le reciproche posizioni. Finché, come uno scroscio d’acqua a spegnere il fuoco, come un arcobaleno a porre fine al fortunale, irrompono la ragione, il buonsenso, la purezza e la poesia, a ricordare a entrambi i personaggi la propria umanità. “Mario e Saleh”, scritto e diretto da Saverio La Ruina, coprotagonista assieme a Chadli Aloui, è una storia comune, pienamente incastonata nei tempi aridi e violenti che stiamo vivendo. […] Una drammaturgia secca e diretta, quella portata in scena da La Ruina e Aloui. Un confronto serrato tra due mondi, accentuato dalle difficoltà logistiche della convivenza forzata e fatto di dialoghi semplici ma per questo immediati, nei quali ognuno può riconoscersi […]. Siamo debitori verso La Ruina e Aloui: le paure iniziali dei loro personaggi sono le nostre paure, quelle dei nostri vicini e conoscenti, quelle di chi abita le nostre città. […]

 

indygesto.com – Fiorella Tarantino – 31/03/ 2020
[…] Mario e Saleh arriva sulle assi del Morelli per accompagnare gli spettatori in un viaggio intimo ed estremamente attuale, sulle diversità religiose. Attraversare i pregiudizi per abbatterli senza l’uso della forza ma con una limpida razionalità […]. I problemi nascono sempre dal controllo degli spazi personali, di cui si teme (o si vive con fastidio) l’invasione e dal raffronto tra le diverse abitudini quotidiane. Oggetto dello scontro (e del confronto) le differenze culturali, appesantite dai tanti pregiudizi che la mentalità occidentale ha costruito sul mondo musulmano. Ed ecco che nello spettacolo si alternano liti che portano all’innalzamento di barriere e riavvicinamenti quando i due personaggi abbandonano i reciproci rancori per comprendersi. Il momento è delicato per entrambi: Mario e Saleh sono due uomini che, al di là delle differenze culturali e religiose, affrontano un disastro da soli. Sono nudi davanti alle difficoltà, affrontano la solitudine nel modo più difficile e per questo tendono a riversarsi addosso a vicenda le proprie frustrazioni. […] Ma vivere una situazione così particolare e precaria provoca emozioni: le difficoltà sono forti per entrambe le parti, e tutti e due gli uomini vedono l’altrui sofferenza. Capiscono che entrambi provano lo stesso dolore e la stessa solitudine. I sentimenti non generano alcuna differenza e sono in grado di unire le persone sensibili. Saverio La Ruina scrive dialoghi diretti, senza una sola parola di troppo. Niente banalità, perbenismi e pose politicamente corrette: la realtà è raccontata senza filtri, in modo diretto e cristallino. L’interpretazione è catartica: rimuove ogni pregiudizio e stimola l’interpretazione e il giudizio razionali: ogni persona è giudicata per quello che è, non per quello che potrebbe o meno rappresentare. […]

 

paese24.it – Vincenzo La Camera – 10/12/2019
In una tenda di una tendopoli – all’indomani del terremoto dell’Aquila – , Mario (Saverio La Ruina) si presenta con la sua corazza di pregiudizi di fronte al suo compagno di “stanza”, Saleh, tunisino di fede islamica. Ma la straordinarietà del dialogo consiste proprio nella chiave di lettura delle divergenze. Nulla appare scontato e La Ruina non ripropone il duello ormai sdoganato tra il musulmano vittima di razzismo culturale e il cristiano con il crocifisso in mano. Ma mette a nudo entrambi i personaggi in tutti i loro limiti. Lo stesso Saleh si presenta poco propenso all’integrazione, limitando le involontarie azioni di Mario nella tenda durante il sacro rito della preghiera ad Allah. Questi atteggiamenti provocano in Mario incredulità prima ed esasperato orgoglio poi, nel difendere le proprie abitudini al grido di “voi siete ospiti e vi dovete adattare”. […] Tanti applausi in entrambe le serate per uno spettacolo, che per la sua disarmante semplicità, tocca le corde dell’animo e richiama la quotidianità potenziale di ciascuno. In una tenda con due brandine e un tavolino, due mondi contrapposti si annusano, si respingono, fino ad avvicinarsi. Chadli Aloui, nei panni di Saleh, è a suo agio sul palcoscenico, al cospetto di una Saverio La Ruina grande nella sua umiltà di attore. In Mario e Saleh non c’è un protagonista e una spalla, ma due uomini veri, apparentemente differenti ma molto simili nei sentimenti, sotto quel vestito fatto di pregiudizi reciproci.

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